Se la vite è senza suolo

DOSSIER UVA DA TAVOLA

I risultati dimostrano che l’innovativa tecnica può essere trasferita in serra fredda o in pieno campo sotto i teli plastici


Giuseppe Francesco Sportelli, Terra e Vita
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«L’innovativa tecnica della produzione di uva da tavola senza suolo è pronta per essere trasferita in campo, in serra fredda o addirittura in pieno campo sotto i teli plastici, al posto del classico tendone. Ora ci aspettiamo che i viticoltori la accolgano e la migliorino, adeguandola alle proprie necessità. Alcuni ci hanno già chiesto di aiutarli a introdurla nelle loro aziende». Per Pietro Santamaria, ricercatore del Dipartimento di scienze agro-ambientali e territoriali (Disaat) dell’Università di Bari, i risultati della prova sperimentale, che egli coordina, avviata nel 2009 a Mola di Bari nell’azienda sperimentale “La Noria” dell’Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr di Bari, e del progetto di ricerca e sperimentazione “Coltivazione idroponica dell’uva da tavola: potenzialità per il futuro della coltura”, cofinanziato dal Mipaaf, avviato dal Disaat nel 2010 a Rutigliano (Ba) con un giovane e lungimirante viticoltore, Giannangelo Boccuzzi, dimostrano la fattibilità dell’applicazione della tecnica del senza suolo all’uva da tavola. Occasione per indicare la nuova strada operativa a una coltura della quale la Puglia garantisce il 70% dei 13 milioni di quintali prodotti in Italia e più del 70% dell’export nazionale, è stata la giornata dimostrativa organizzata dal Disaat per divulgare i primi risultati delle due prove fra viticoltori e tecnici agricoli.

«La tecnica della coltivazione senza suolo è semplice e flessibile. Essa perciò consente di risolvere i punti critici della viticoltura pugliese: la stanchezza dei terreni, il mantenimento della sanità del materiale di propagazione e la produzione extrastagionale di qualità in termini di anticipo e/o posticipo dell’epoca di raccolta. Il terreno è il principale veicolo di infezioni fungine, virali e batteriche e infestazioni da nematodi, acari e insetti; inoltre rende più complessa la gestione della nutrizione delle piante. Il senza suolo, che fa ricorso a substrati inerti, permette di operare in condizioni fitosanitarie e nutrizionali controllate, in un ambiente sano, quasi privo di infezioni e infestazioni, e con la distribuzione precisa di acqua ed elementi minerali».

Riscaldamento basale

Nella prova condotta presso l’azienda “La Noria” sono state messe a confronto due varietà, Cardinal e Victoria. Entrambe sono coltivate senza suolo a ciclo aperto, in vasi da 35 L posti in canalette lunghe 6 m e distanti l’una dall’altra 1,2 m. Le piante sono distanti fra loro 0,75 m, con una densità di 1,11 piante/m². Il substrato utilizzato è costituito da un miscuglio di torba e perlite, in rapporto volumetrico 1:2. La forma di allevamento è mista fra controspalliera e tendone: si tratta di una controspalliera con capo a frutto legato su un filo di ferro sistemato a 1,3 m da terra (tipico della controspalliera), con una rete orizzontale in filo di ferro per legare e distribuire i germogli in accrescimento (tipico del tendone): questa forma di allevamento mista, consente di ottenere una produzione vendibile già dal secondo anno, mentre col tendone si ha dal terzo-quarto anno. La soluzione nutritiva è di tipo Hoagland (mg/L: 224 N, 62 P, 235 K, 160 Ca, 24 Mg), somministrata nel substrato dall’alto con fertirrigazione automatizzata mediante un temporizzatore, impostando il numero e la durata degli interventi in modo tale da garantire una frazione di drenaggio pari almeno al 20% dell’erogato.

«Nel 2011 – ha spiegato Donato Buttaro, dottore di ricerca sulla “Produzione di uva da tavola senza suolo” presso l’Università di Bari – abbiamo introdotto il riscaldamento basale, mediante tubi di plastica posti nelle canalette sulle quali sono poggiati i vasi. In pratica i tubi, nei quali passa acqua calda, in entrata a 60 °C e in uscita a 45 °C, riscaldano i vasi e di conseguenza le radici delle viti. Si tratta di un riscaldamento minimo, iniziato a metà febbraio e durato un paio di mesi. Tuttavia ha consentito di anticipare di una settimana tutte le fasi vegetative della pianta. Il riscaldamento accelera e anticipa il risveglio vegetativo».

Il riscaldamento basale è una soluzione che nel 2012 Boccuzzi intende applicare alla sua prova per anticipare l’offerta, grazie all’energia elettrica a basso costo prodotta da un inseguitore solare da 12,6 kW, costituito da 45 pannelli da 280 watt ciascuno. «Utilizzo l’energia elettrica ricavata per azionare la pompa di sollevamento dell’acqua dal pozzo e realizzare la fertirrigazione in serra. Ma servirà anche per riscaldare i vasi e climatizzare la serra ed evitare le gelate primaverili e abbassare la temperatura interna nei periodi caldi».

L’introduzione del riscaldamento basale sarà l’approdo, nel 2012, del progetto di ricerca triennale, avviata a fine febbraio 2010 col trapianto, in serra-tunnel da 800 m² a due campate di piante da talea di vite europea, che radica più facilmente e resiste anche a una concentrazione salina pari a 2 g/L di sali. E poiché, per Boccuzzi, «l’introduzione dell’innovativa tecnica del senza suolo è finalizzata a rendere i risultati della ricerca subito fruibili dai viticoltori, conta il prossimo anno di trasferirla anche in pieno campo, al posto di un tendone. Il protocollo sperimentale adottato dall’azienda Boccuzzi ricalca quello applicato nell’azienda “La Noria”. Differisce solo per la tecnica di impianto, le varietà messe a confronto e le soluzioni nutritive.

«Il ciclo della vite senza suolo prevede due fasi – ha spiegato Santamaria, responsabile scientifico della prova dell’azienda Boccuzzi – . Nella prima le talee, certificate, sono state fatte radicare in serra tra febbraio e aprile in vasetti; poi sono state collocate in vasi riempiti con perlite e torba, e trasferite all’esterno della serra. Le piante sono state allevate con un solo germoglio, che costituisce il capo a frutto nella fase di produzione. La seconda fase, di produzione, è partita a febbraio 2010, prima del risveglio vegetativo, col ritorno dei vasi in serra. Ogni anno il ciclo colturale dura sei mesi, poi i vasi vengono portati fuori».

Residui zero

Le viti, ha aggiunto Boccuzzi, vengono coltivate seguendo le pratiche colturali ordinarie. «Mentre il substrato non è importante, nella fase di produzione occorre riservare particolare attenzione alla gestione della soluzione nutritiva e quindi della fertirrigazione: eccessi di acqua e di elementi nutritivi provocano il decadimento della qualità dei grappoli; invece scarsi apporti idrici o minerali, soprattutto in condizioni di domanda traspirativa elevata, provocano condizioni di stress per le piante; per migliorare la qualità dell’uva, nell’ultima fase del ciclo riduco l’azoto e aumento l’apporto di potassio. Particolarmente semplice è la difesa fitosanitaria: la tignoletta si controlla con la confusione sessuale; la peronospora in ambiente protetto non esiste; è difficile la presenza dell’oidio oppure non è particolarmente aggressivo. Non ho eseguito alcun trattamento, sono uve da tavola a residuo zero. Il primo anno le uve apirene non hanno fornito la produzione sperata, perché le prime gemme del capo a frutto sono infertili, mentre sono fertili le più distali. Perciò necessitano di un capo a frutto piuttosto lungo. Un problema che ho risolto quest’anno con una potatura secca adeguata».

Partire con talee non innestate e radicate dell’età di un anno permette di ottenere già al primo anno una produzione discreta, ha commentato Boccuzzi. «Facendo la comparazione con la superficie di un ettaro, con quasi 10.000 piante/ha e la produzione di circa 4-5 kg per pianta, ho ottenuto sia al primo anno di produzione sia al secondo una resa di 400 q/ha, con un buon profilo qualitativo per lunghezza dei grappoli, dimensione e colore delle bacche e grado zuccherino. Esiti produttivi pari a quelli ottenibili in pieno campo, ma con numerosi vantaggi operativi, fra i quali spiccano il ricorso a talee non innestate, quindi meno costose, la produzione già dal primo anno, la quasi completa assenza di attacchi da parte di funghi, acari e insetti».

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