Nuove forme d’allevamento, l’impatto sulla qualità del vino

VITICOLTURA

Prevista una standardizzazione dei sistemi a favore del cordone speronato, classico o libero


Claudio Corradi, Terra e Vita
vino

L’evoluzione qualitativa delle produzioni enologiche nazionali dovranno nei prossimi anni confrontarsi non solo con il mutare delle richieste del consumatore ma anche con il variare delle caratteristiche delle produzioni in campo. Il vigneto italiano ha già compiuto un complesso percorso di rinnovamento nelle campagne che si è svolto di pari passo con un adeguamento tecnologico di cantina e che sicuramente ha condotto ad una migliore qualità delle produzioni derivante dalla sinergia fra i due fattori. Il cambiamento delle forme d’allevamento per esempio ha in un certo senso stravolto il metodo di fare viticoltura di campo conducendo ad una standardizzazione dei sistemi da un lato, che oggi sono applicati su tutta la penisola in termini del tutto paragonabili, ed un forte infittimento del numero di ceppi per ettaro dall’altro. In genere però se i confronti fa queste evoluzioni di tecnica colturale sono immediatamente percettibili dal punto di vista della quantità delle produzioni, ben più difficile risulta cogliere le differenze qualitative di queste innovazioni che peraltro spesso interessano contemporaneamente più di un fattore rendendone difficoltosa l’attribuzione del merito.

Più stretti e più bassi

La modernizzazione dei sistemi di allevamento su tutta la nostra penisola è stata realizzata per gradi mantenendo periodi di coesistenza di vigneti classici a fianco di vigenti di nuova generazione. Il confronto qualitativo sulle caratteristiche delle produzioni di un moderno vigneto rispetto a quelle di un sistema classico è in primo luogo difficoltoso perché mette a confronto la produzione di un vigneto giovane con quelle di un impianto in piena maturità. Se poi si volesse attribuire il merito di un miglioramento qualitativo delle produzioni realizzate negli impianti nuovi le difficoltà aumenterebbero ulteriormente visto che i fattori messi in campo sono spesso molteplici e contemporanei e per questo inscindibili. Fra queste variabili va senza dubbio considerato l’infittimento dei sesti, l’incremento del numero di ceppi per ettaro, con conseguente minore produzione per singolo ceppo, la differente altezza della fascia produttiva e quindi il differente microclima che si viene a creare a favore dei grappoli e della vegetazione. Un esempio di immediata comprensione potrebbe essere quello che riguarda le classiche forme espanse che hanno caratterizzato in passato le più importanti realtà viticole nazionali come i Bellussi, le pergole trentine, veronesi o romagnole od i tendoni. Laddove queste forme hanno ceduto spazio a sistemi in parete, meccanizzabili e su sesti molto più ravvicinati, oltre a raddoppiare o triplicare il numero di ceppi per ettaro, la posizione della fascia produttiva ha subito una notevole abbassamento rispetto al suolo e di conseguenza si è modificato anche il microclima a disposizione di foglie e grappoli. Oltre ad un aspetto di posizione legato all’altezza dei grappoli influirà sulla qualità delle produzioni anche il differente microclima di una forma che potrebbe essere definita “chiusa”, intesa quindi come Bellussi, Semibellussi, Tendone o Pergola nelle quali la vegetazione nuova molto espansa in un certo senso copre la produzione pur essendo molto più alta. Oltre all’influenza della forma d’allevamento anche le scelte agronomiche hanno una loro incidenza sulla qualità delle produzioni soprattutto in riferimento alle cimature estive e la gestione della chioma. Nelle forme del passato sopra citate la potatura verde era un’operazione manuale, spesso limitata alle zone vicino ai grappoli ma talvolta troppo incisiva. La meccanizzazione ha senza dubbio portato una maggiore razionalità degli interventi per i quali si individuano i periodi più adatti e soprattutto permettono di non calcare la mano sull’asportazione fogliare. Non ultimo aspetto da considerare nella valutazione della qualità della produzioni e delle caratteristiche delle uve dei nostri giorni rispetto a quelle del passato sono le minori rese produttive per ettaro che i sistemi integralmente meccanizzabili offrono rispetto ai sistemi espansi. Una minore produzione che tuttavia non preoccupa i produttori sempre più determinati a ricercare la massima economia di gestione del vigneto e per questo indirizzati verso forme d’allevamento che da un lato devono permettere di mantenere elevati i livelli qualitativi delle produzioni ma dall’altro devono permettere un contenimento dei costi sia di impianto che di gestione. È per questo motivo che per i prossimi anni si prevede un’ulteriore standardizzazione dei sistemi d’allevamento che si appiattiranno a favore del cordone speronato, classico o libero, con l’obiettivo di semplificare al massimo gli interventi di potatura e di gestione della chioma. Ovviamente anche questo avrà inevitabili riflessi, nelle varie realtà produttive, sulla qualità delle produzioni che nei prossimi anni dovrà essere sempre più oggetto di attente valutazioni.

Cordone speronato e cordone libero

Le forme d’allevamento oggi meccanizzabili sono molteplici e su tante possono essere raggiunti risultati interessanti sia dal punto di vista del risparmio di manodopera che di costo complessivo di gestione. Quelle al momento destinate a rappresentare il futuro più interessante per la moderna viticoltura, per il fatto che permettono di contenere considerevolmente i costi di potatura, sono però il cordone speronato ed il cordone libero che via via andranno a sostituire tutti i Guyot e le forme in parete a potatura lunga.

Caratteristiche comuni

Si tratta di forme molto simili dal punto di vista dei sesti d’impianto e della tecnica di potatura anche se fisiologicamente basate su concetti sostanzialmente differenti. Le distanze di impianto come sempre vanno individuate in funzione delle caratteristiche del terreno e della fertilità dello stesso, del portinnesto e della cultivar che si intende impiantare. In genere si adottano sesti fra le file variabili fra i 2 ed i 3 metri e spaziature fra i ceppi lungo al fila che variano da un minimo di 75 cm, ad un massimo di 150. Sono sistemi d’allevamento che generano investimenti di barbatelle molto variabili e compresi fra un minimo di 2.250 ed un massimo di 6.650 ceppi per ettaro. Entrambe le forme sono fondate su di un cordone permanente con sistema di potatura a sperone che, in funzione della fertilità delle gemme basali delle specifiche varietà, potrà essere più o meno corto e generalmente destinato ad una prepotatura meccanica da realizzare con potatrici a barre od a dischi. Il livello di rifinitura manuale giocherà un ruolo determinante sulla qualità della produzione visto che il carico di gemme sarà responsabile della quantità della produzione e della dimensione di acini e grappoli con relativi riflessi sulle qualità enologiche ed organolettiche delle uve. Oltre a questo la potatura ed il carico di gemme influirà sullo stato sanitario delle uve, in virtù della foltezza dei grappoli e dell’aerazione degli stessi, oltre che sulla qualità della vendemmia meccanica. Quest’ultima, nei vigenti con potatura a sperone, è senza dubbio agevolata dalla ristrettezza della fascia vegetativa e dalla compattezza della produzione che in fase di scuotimento asseconda al meglio il distacco degli acini. Nei vigenti dove si mettono in atto potature sempre più frettolose e poco rifinite aumenta però l’esigenza di ricorrere a vendemmiatrici con diraspatura a bordo per assicurare una migliore pulizia del prodotto da eventuale presenza di porzioni legnose che potrebbero essere presenti nel vendemmiato. Il cordone speronato classico ed il cordone libero tuttavia non si equivalgono e vanno ben ponderate le loro sostanziali differenze in rapporto alla vigoria, alla produzione, al microclima che esse generano intorno ai grappoli, alla salubrità delle uve ed alla superficie fogliare disponibile.

Cordone speronato

La caratteristica più importante dei questa forma d’allevamento consiste nel fatto che la fascia produttiva è ben separata da quella vegetativa con ovvi vantaggi in termini di aerazione, illuminazione dei grappoli ed esposizione della superficie fogliare fotosinteticamente attiva. La fascia vegetativa oltre ad essere molto ampia, a seconda delle scelte aziendali ovviamente, è anche sostenuta in posizione verticale da fili rampicanti che la mantengono molto ordinata ed ancorata rispetto agli effetti del vento. In ogni caso è una forma ad elevato indice di meccanizzazione visto che permette una agevole esecuzione della prepotatura meccanica. La struttura è costituita da un filo portante, per il sostegno del cordone permanente che verrà potato a sperone, e da una serie di fili rampicanti, semplici o binari, per il sostegno della vegetazione dell’anno che eventualmente potrà anche essere palizzata meccanicamente con fili mobili. L’altezza delle porzione vegetativa in genere è di almeno 100 cm mentre il cordone produttivo è posto a circa 80 – 100 cm da terra. Per le sue caratteristiche è un sistema adatto anche ad aree poco fertili e povere di vigore. La precisa distinzione fra fascia produttiva e fascia vegetativa rende molto più agevole e preciso l’utilizzo di macchine defogliatrici il cui utilizzo potrebbe influenzare l’aerazione e l’esposizione dei grappoli, il microclima e le condizioni sanitarie delle uve.

Cordone libero

Si tratta di una forma d’allevamento ulteriormente semplificata rispetto al cordone speronato e più adatto a terreni fertili e sufficientemente vigorosi. Il cordone produttivo, permanente e potato a sperone, viene sovrastato dalla vegetazione nuova a ricadere e non sostenuta da nessun filo. La struttura è per questo molto più semplice e più economica perché costituita da un solo filo portante per il cordone permanete. L’essenzialità della struttura agevola considerevolmente la meccanizzazione della prepotatura in particolare ma di tutta la gestione colturale per l’assenza di ostacoli al di sopra del cordone produttivo. In genere su questi sistemi, che risentono dell’effetto del vento, sono utilizzabili macchine più semplici ed economiche e di più agevole guidabilità in campo. L’altezza del cordone permanente solitamente non è inferiore ai 120 centimetri perché diventa necessario dare maggiore spazio e superficie alla vegetazione ricadente che di fatto crea un microclima a livello dei grappoli considerevolmente differente, per aereazione ed illuminazione, rispetto a quello del cordone speronato con vegetazione sostenuta. Su questa forma occorre porre particolare attenzione all’entità delle cimature, necessarie e frequenti, ma che non devono mai essere eccessive per non asportare vegetazione fotosinteticamente attiva in modo irrazionale.

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