Dal vigneto allo smartphone La sensoristica in viticoltura

SPECIALE SIMEI-ENOVITIS

Microspie in grado di monitorare qualsiasi fenomeno. Una serie infinita di dati da tradurre in interventi utili


Alessandra Biondi Bartolini, Terra e Vita
smartphone

Sembra fantascienza ma non lo è: la vita di tutti i giorni incontra la sensoristica più di quanto immaginiamo. Sensori di luce, di posizione o di movimento si trovano ormai in qualsiasi dispositivo elettronico. Per ogni esigenza ci stiamo abituando a trovare Apps adatte per il nostro Smartphone o il nostro Tablet PC.

Lo sviluppo rapidissimo della tecnologia sta portando ad una rivoluzione epocale nei processi decisionali ad ogni livello: l’informazione è fruibile in tempo reale e siamo chiamati a sviluppare strumenti (anche mentali) che ne permettano un utilizzo altrettanto tempestivo nel controllo dei processi che stiamo osservando.

Anche in campo agricolo e in viticoltura l’uso dei sensori e la possibilità di trasformare in tempi brevi i dati grezzi in informazione fruibile sta facendo il suo ingresso con la velocità di diffusione propria delle nuove tecnologie (rapidità alla quale a dire il vero la ricerca agricola era poco abituata, forse per la lentezza e la laboriosità dei mezzi d’indagine oltre che dei tempi e delle stagioni).

La rivoluzione wireless

In passato e ancora oggi in molti casi i metodi tradizionali utilizzati per misurare parametri fisiologici, morfologici o ambientali, come lo stress idrico della foglia, la superficie fogliare, il volume della chioma, l’umidità del suolo, la radiazione solare, ecc. richiedevano tempi lunghi e presentavano una complessità tale da poter essere applicati solo in pochi casi, limitati al campo sperimentale e su piccola scala.

La possibilità di ottenere informazioni analoghe e parametri correlabili con quelli ottenuti con questi metodi manuali in modo più semplice e rapido pertanto consente di estendere il monitoraggio e l’uso di grandezze misurabili nella pratica quotidiana della gestione del vigneto.

In effetti la tecnologia legata ai sensori non è del tutto nuova, anche i sensori di ultima generazione, i cosiddetti MEM (microchip di 4 cm di lato) sono stati studiati fino dagli anni settanta e sono disponibili sul mercato (e utilizzati in altri settori) fin dagli anni 90. Il loro utilizzo tuttavia era limitato solo ad alcune applicazioni, quelle più accessibili, in quanto l’installazione richiedeva un cablaggio per l’alimentazione e per la raccolta dei dati che ne impediva per esempio l’utilizzo diffuso in pieno campo in agricoltura o anche nel monitoraggio ambientale.

È stata la nascita del Wireless e il minor consumo energetico richiesto dai sensori che ha reso possibile il grande passo: non più soltanto centraline agrometeorologiche per rilievi di parametri ambientali di macroaree più o meno ampie, in grado di accumulare dati da dover scaricare periodicamente in loco, ma reti di sensori posizionati a monitorare direttamente le condizioni della pianta.

Una rete wireless fatta di nodi interattivi posti nel vigneto che si scambiano dati tra loro e che li trasmettono ad un server aziendale, sensori alimentati a batterie ricaricabili magari con pannelli solari ed il gioco è fatto: dal vigneto giungono dati in tempo reale su tutti i parametri in grado di influire sullo stato fisiologico o sulla qualità dell’uva (foto 1).

Uno stock di metafile

I dati possono anche essere raccolti da sensori posti su unità mobili, come le stesse macchine operatrici, e associati ai loro riferimenti spaziali rilevati da un sistema Gprs (si chiama Metafile il file in grado di stoccare dati di diversa natura, database, coordinate geografiche, ora e data, file grafici, ecc.).

Ma quali parametri e quali informazioni si ottengono da questi sistemi intelligenti che stanno invadendo i nostri vigneti? E sono tutti utili o si corre il rischio di annegare nei dati e non essere in grado di utilizzarli per dare risposte ai produttori che continuano a fare le domande di sempre: quando devo trattare? Come devo potare? Quando devo raccogliere?

Il mondo della ricerca e dell’impresa sta lavorando molto intensamente su questi aspetti. La chiave (o meglio… il “nodo”) è l’interdisciplinarietà: perché ci vogliono agronomi e tecnici viticoli in grado di indicare quali sono i parametri da misurare, ingegneri che sviluppano i sensori e i sistemi di comunicazione e di trasferimento dei dati, statistici e matematici per ottenere i modelli, ancora agronomi che li interpretano e che associano all’informazione le decisioni possibili e infine informatici che rendano fruibile in un software il lavoro di tutti. Una rete di professionalità che lavora insieme: un’altra rivoluzione, forse la più difficile.

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