Percorsi alternativi

MAIS

Alcune innovazioni agronomiche già introdotte in azienda conciliano la sostenibilità economica con quella ambientale


Roberto Bartolini, Terra e Vita
tecnologie

L’annata appena trascorsa non deve essere ricordata solo per l’eccezionale siccità che ha colpito il mais soprattutto nelle aree dove l’irrigazione è considerata un optional, ma perché finalmente si sono affacciate in campo alcune novità agronomiche che aprono interessanti prospettive, coniugando più effetti come l’aumento delle rese a ettaro, la salvaguardia della fertilità del terreno e il risparmio idrico. Ed è significativo che proprio questi siano alcuni tra i principali obiettivi che si propone di premiare la nuova Pac, il complesso meccanismo di sostegno all’agricoltura europea che nella sua veste rinnovata pone l’innovazione e la filiera al centro del sistema.

 

Non è ancora chiaro se la nuova Pac entrerà davvero in vigore a partire dal 1° gennaio 2014, e con tutta probabilità slitterà almeno di un anno, ma non per questo l’agricoltore deve rimanere in attesa perché l’applicazione in campo, anche solo su una piccola parte della sua superficie, delle novità agronomiche è la sola via per guardare con fiducia ai prossimi anni.

 

Partiamo dalla gestione del terreno. Le lavorazioni conservative, minima lavorazione e sodo, sostenute in alcune regioni come Veneto e Lombardia con allettanti aiuti a ettaro, stanno estendendo la loro diffusione in sostituzione dell’aratura nelle aziende dove si fanno bene i conti, anche se il sodo applicato su mais (sul frumento è una garanzia ormai conclamata) rimane confinato in situazioni pedoclimatiche eccezionalmente favorevoli.

Lavorazione a bande, lo strip till

 

La novità oggi è rappresentata dallo strip till, la lavorazione a bande, un compromesso ideale tra lavorazione e sodo. Si tratta di un sistema che vede alternarsi strisce di terreno larghe 15 cm lavorate a 15 cm di profondità con strisce di terreno dove il suolo viene lasciato intatto e ricoperto dai residui della precedente coltura. L’idea non è nuova, ma solo negli ultimi anni si sono affacciate sul mercato attrezzature di moderna concezione capaci di effettuare lo strip till con ottimi risultati. I vantaggi di questo sistema sono diversi e già verificati in campo dagli agricoltori che lo hanno applicato nel 2012, ma anche in annate precedenti. Dal confronto tra strip till e lavorazione le prime due cose importanti che saltano agli occhi sono che le produzioni a ettaro sono le stesse e che il risparmio sui costi di lavorazione è pari al 50%, dato che si lavora solo la metà della superficie coltivata a mais. Veniamo ora ai vantaggi agronomici. La banda lavorata viene esposta al sole e quindi si riscalda facilmente, lasciando partire bene la pianta di mais, mentre la fascia coperta da residuo innesca tutti quei processi microbiologici favorevoli in grado di portare negli anni al ripristino di una buona percentuale di sostanza organica, a un più favorevole drenaggio delle acque in eccesso e a una maggiore portanza. Inoltre, nei periodi di massima siccità, il terreno trattato con lo strip till mostra minori esigenze irrigue. Le attrezzature che effettuano lo strip till sono costituite da una successione di organi di lavoro: 1) un disco che taglia il residuo; 2) due dischi a stella convergenti per la pulizia ulteriore del terreno dalle stoppie; 3) un’ancora che lavora a 15 cm di profondità abbinata a due dischi di contenimento; 4) un attrezzo che sminuzza il terreno.

 

Se si adotta lo strip till è necessario dotarsi di Gps dal momento che il percorso delle bande lavorate deve essere perfettamente diritto e, successivamente, la seminatrice che deporrà il seme dovrà centrare con esattezza la banda lavorata. Le bande lavorate possono essere preparate anche una ventina di giorni prima della semina e, in caso di terreno infestato, appare opportuna la distribuzione di glifosate.
L’aumento del numero di piante in campo

 

L’imperativo primario per il maiscoltore è aumentare le rese e la strada per raggiungere questo obiettivo passa anche dall’aumento del numero di piante in campo.

 

Il miglioramento genetico di questi ultimi anni ha lavorato intensamente sulla creazione di ibridi capaci di resistere agli stress e quindi anche all’aumento dell’investimento, che significa in definitiva maggiore competizione nell’approvvigionamento di nutrienti, di acqua e di luce. Più spighe della stessa dimensione devono portare a una maggiore produzione economicamente sostenibile. E nella passata campagna si è visto che nella maggior parte delle situazioni è stato proprio così. La novità lanciata nel 2012 è stata la semina a file binate e a quinconce, per arrivare a 10 piante/mq. Il seme viene deposto da una seminatrice opportunamente costruita allo scopo su due linee distanti tra loro 20 cm e in maniera sfalsata. Se si sceglie l’ibrido giusto, una pianta in più al metro quadro porta a un vantaggio produttivo medio del 5% e, pur considerando la maggiore spesa per la semente, l’aumento medio di redditività a ettaro è di 85 euro con un prezzo di riferimento della granella di 190 euro/t. Se poi la quotazione è sensibilmente più alta, come accaduto di recente, i conti migliorano ulteriormente. Va sottolineato che questa disposizione di semina si deve adottare solo con ibridi selezionati per l’alta densità dotati di eccezionale sanità, con struttura non eccessivamente alta e con spiga “fix”, cioè che non perde in dimensione se aumenta il numero di piante. Il sistema ha superato brillantemente anche la fase più delicata, cioè la raccolta. Non erano poche le perplessità iniziali sulla capacità delle barre di raccogliere bene senza lasciare granella in campo. Alla prova della trebbia il quinconce non ha comportato alcun problema.

 

Aumenti significativi di produzione si ottengono anche adottando l’interfila a 45 cm anziché la tradizionale di 75 cm. Anche in questo caso è importante scegliere materiali genetici adatti all’alto investimento e una tecnica agronomica attenta e di alto livello tecnico. In fase di raccolta, in questo caso, è necessario che la mietitrebbia sia dotata di una barra specifica a 45 cm se si porta in cascina la granella mentre nel caso dell’insilato di mais, si può entrare in campo con la barra tradizionale. La semina si effettua con seminatrici tradizionali dotate di falcioni telescopici. Un altro sistema di semina abbinato all’intensificazione prevede un’interfila a 37,5 cm utilizzando la medesima seminatrice ad otto file che semina a 75 cm aggiungendo solo qualche elemento in più. Queste ultime due proposte sono certamente le meno onerose, dal momento che non prevedono l’uso di una seminatrice speciale necessaria invece per il quinconce.

La pacciamatura fotobiodegradabile

 

Da alcune stagioni in diverse regioni italiane si stanno conducendo prove di pacciamatura biodegradabile sul mais con l’obiettivo di anticipare l’epoca di semina, di valorizzare aree siccitose sfruttando al meglio le risorse naturali del suolo e di mettere comunque in sicurezza il raccolto di fronte ad andamenti meteo eccezionali. Tra gli obiettivi iniziali c’era anche la possibilità di effettuare secondi raccolti, ma i polimeri attualmente sul mercato hanno mostrato di non riuscire a resistere alle temperature troppo elevate: l’estate 2012 è stata una prova lampante in questo senso. Dunque la prima indicazione pratica è che con i biopolineri attuali a degradabilità accelerata, l’epoca di semina va dal 20 febbraio al 20 maggio. Dopo tale data è bene non spingersi, almeno sino a che le aziende non avranno messo a punto materiali più resistenti. Il biopolimero si disintegra naturalmente entro cinque-sei mesi dalla stesura, e la velocità è fortemente influenzata dal calore e dalla luminosità. Il costo dell’operazione di pacciamatura, che comprende il cantiere di semina e la plastica, è di 400 euro/ha con seminatrici appositamente predisposte che hanno una capacità di lavoro di 10-12 ettari al giorno. La tecnologia meccanica sta facendo notevoli passi in avanti per migliorare soprattutto la profondità di semina di un sistema che prevede prima la stesura sul terreno del telo e successivamente la deposizione del seme in un foro predeterminato sulla plastica. A questo proposito un elemento importante ai fini del successo dell’operazione sta nell’uso di ibridi che geneticamente posseggono cotiledoni più robusti e quindi capaci di perforare bene il materiale plastico. L’uso della pacciamatura si addice sia a condizioni di coltivazione che non prevedono la possibilità di irrigazione sia ad aree dove si effettua l’irrigazione di soccorso con sistemi vari come il pivot e il rotolone. Nel primo caso solo grazie alla pacciamatura si può puntare a una produzione economicamente sostenibile, mentre nel secondo caso, grazie alla pacciamatura, si diminuisce notevolmente il numero di interventi irrigui e i volumi distribuiti. Ad esempio nel caso del rotolone sono sufficienti due interventi da 500 mc ciascuno cioè circa un sesto dell’uso di routine, con il vantaggio di aumentare considerevolmente l’a-rea servita dalla macchina.

 

La campagna 2012 ha dimostrato una volta di più che, a parte le potenzialità della bioplastica, senza dotarsi di un sistema di irrigazione è ben difficile raggiungere determinati traguardi produttivi. Non solo i cambiamenti climatici in corso ma soprattutto le esigenze del mercato, che richiedono un prodotto sano e di qualità, impongono nuove scelte aziendali. I sistemi adatti al mais sono diversi e ampiamente collaudati con tutti i pro e i contro. Dallo scorrimento agli impianti fissi, dal rotolone al pivot e ora alle ali gocciolanti, superficiali o interrate. Sono queste ultime la novità dell’anno, dal momento che nel 2012 sono state stese su diverse migliaia di ettari nella pianura padana. Non basta una sola annata per decretarne il successo, ma certamente l’ala gocciolante è un sistema irriguo per il mais che va analizzato con la massima attenzione in quanto può consentire un più razionale uso della risorsa idrica e risparmi consistenti, anche in fertilizzanti, oltre che favorire un aumento delle rese unitarie.

Come determinare il momento ideale per irrigare

 

Ma prima di questo è opportuno ricordare che se si adottano sistemi di irrigazione quali l’impianto fisso, il rotolone o il pivot sarebbe opportuno installare in azienda sistemi per misurare l’acqua disponibile nei primi 50 cm del terreno, che è la zona di approfondimento radicale dove la pianta assorbe oltre il 70% dell’acqua. Tra i sistemi che stanno dando riscontri molto affidabili si segnalano le sonde Sentek: i dati giungono a una stazione di trasmissione che li elabora e li trasforma in grafici visibili sul computer aziendale. Dalla conoscenza del profilo idrico del suolo, che viene monitorato in continuo, si individua il momento ideale per effettuare l’intervento irriguo. L’uso continuativo delle sonde permette, dopo alcuni anni di esperienza, di risparmiare anche 1-2 interventi all’anno, così almeno risulta dall’esperienza pratica di alcuni agricoltori.

L’ala gocciolante superficiale e interrata

 

E veniamo all’ala gocciolante con manichetta forata. Si tratta di un sistema irriguo che raggiunge un’efficienza tra il 90 e il 95%, quindi livelli molto elevati rispetto ad altri, e che trova la sua massima convenienza e razionale applicazione nell’adozione della fertirrigazione, con la possibilità di fornire alla pianta di mais pressoché in continuo acqua e nutrienti dalla prefioritura alla fine della maturazione lattea che sono i momenti di maggiore necessità. La solubilizzazione degli elementi nutritivi forniti in forma prontamente assimilabile, garantisce un’alta velocità di assorbimento da parte della coltura e la distribuzione è mirata perché è localizzata nel volume di terreno interessato allo sviluppo dell’apparato radicale. Non c’è dubbio che l’adozione dell’ala gocciolante comporta uno studio approfondito delle condizioni aziendali per quanto riguarda la giacitura, la tipologia di suolo e anche le caratteristiche delle acque che condizionano la progettazione e la realizzazione dell’impianto di filtrazione che è il cuore del sistema. L’ala gocciolante stesa in superficie con manichetta a perdere è di approccio mentale più semplice per l’agricoltore, anche se comporta alcune complicazioni come la stesura e il ritiro a fine campagna delle manichette, senza considerare le possibili forature dovute all’azione di insetti o altri animali, cosa capitata anche nel 2012 quando l’agricoltore non ha provveduto a un leggero interramento dei materiali plastici.

Prepararsi per tempo
al cambiamento

 

Il sistema più funzionale, anche se forse più ostico da sposare per l’agricoltore, è l’ala gocciolante interrata a 40 cm di profondità. Si tratta di un impianto fisso vero e proprio, la cui funzionalità può essere monitorata con sistemi affidabili, che va abbinato con la minima lavorazione e la cui durata è prevista in almeno quindici anni. È evidente che nei terreni sistemati in questo modo non si potrà più entrare con attrezzature di lavoro invasive tipo scarificatori o ripper o aratri e quindi è indispensabile che l’agricoltore si prepari qualche anno prima di affrontare questo investimento, con colture e percorsi tecnici che restituiscano al terreno una buona struttura e sofficità. Ad esempio seminare le cover crops nei periodi di intervallo tra una semina e l’altra, effettuare rotazioni allargate tra cereali e oleaginose, evitare il calpestamento del terreni nel corso del ciclo colturale e soprattutto a fine campagna nelle fasi di raccolta.

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