I nuovi silobag giocano la carta della praticità e dei costi ridotti

STOCCAGGIO

Negli areali cerealicoli i ‘sacconi’ non sono più da considerarsi un’araba fenice


Roberto guidotti, Terra e Vita
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I sili metallici per la conservazione dei cereali, largamente impiegati dagli stoccatori professionali, stentano a diffondersi fra gli agricoltori per diverse ragioni, soprattutto di tipo economico.

Innanzitutto, un silo è un fabbricato e come tale necessita di autorizzazione; il costo di costruzione è sempre piuttosto rilevante, perché le fondazioni devono essere particolarmente solide; infine bisogna aggiungere i costi per la disinfestazione, da effettuarsi periodicamente.

L’investimento è reso ancor più notevole dal fatto che un silo singolo pone pesanti vincoli rispetto alle colture seminabili, né appare possibile costruirne una batteria per rispondere a tutte le esigenze aziendali; d’altra parte il costo dello stoccaggio presso terzi può facilmente superare i 20 €/t che, in particolare nelle annate di prezzi bassi, risultano davvero insostenibili.

In questo contesto ha suscitato speranze la tecnica di conservazione dei cereali nei sacchi tubolari (silobag), messa a punto nelle Americhe e oggi largamente applicata soprattutto nei Paesi ad agricoltura estensiva.

Il sistema, già proposto in Europa negli anni Settanta per l’insilamento dei foraggi freschi nelle piccole aziende zootecniche, non ebbe grande successo, forse perché arrivato troppo tardi, quando quella dimensione aziendale era già divenuta marginale. Diverso è il caso dei ce-reali che devono avere un tenore di umidità tale da evitare l’insorgere di fermentazioni e garantirne la conservazione; l’insilamento viene eseguito per gravità, con una tramoggia che si sposta lentamente, lasciando alle sue spalle il sacco pieno, di forma tubolare e del diametro in genere di m 2,74 (9 piedi) che si allunga progressivamente.

Capacità di 4,1 Metri cubi per metro lineare

Il sacco, del quale Terra e Vita ha già parlato in diversi articoli, è costituito da un telo a 3 strati di polipropilene, tale da resistere a intemperie, raggi UV e abrasione determinata dalla fase di riempimento e ha un costo limitato. Considerando lo schiacciamento del tubo, un metro lineare ha una capacità effettiva di circa 4,1 metri cubi, pari a un contenuto (per il frumento) di circa 3,3 tonnellate: il valore del telo supera di poco i 2 €/t, a cui bisogna aggiungere i costi per la preparazione del piazzale.

Nei terreni di pianura, caratterizzati spesso da una scarsa portanza e dalle conseguenti difficoltà di accesso con tempo umido, la soluzione primitiva del fondo in terra battuta si è rivelata improponibile: a parte l’indispensabile preparazione del sottofondo con un geotessile, la pavimentazione migliore pare essere quella con manto bituminoso, che evita la presenza di salienti pericolosi per l’integrità del telo, facilita lo sgrondo delle acque e consente l’accesso ai mezzi pesanti durante le fasi di riempimento e svuotamento.

Le macchine necessarie per queste operazioni sono piuttosto semplici e richiedono una potenza limitata (60 CV): nella prima fase si tratta di una tramoggia con imboccatore su cui viene disposto, piegato a fisarmonica, il telo nuovo; per lo svuotamento, si usano sistemi a doppia coclea che portano fuori la granella e la convogliano a una terza coclea di scarico, spesso munite di un dispositivo a forbice per il taglio del tubolare; nell’uno e nell’altro caso la velocità di lavoro è dell’ordine di 180-220 t/ora (in sostanza, si vuota e si riempie un autotreno in poco più di 10 minuti).

Il vero vantaggio del silobag sta tuttavia nelle modalità di conservazione: poiché il sacco è a tenuta quasi ermetica, i processi respiratori a carico delle cariossidi fanno sì che nel volgere di pochi giorni tutto l’ossigeno presente nella (poca) aria che riempie i vuoti nella granella venga consumato e sostituito con anidride carbonica. In pratica la conservazione si svolge in atmosfera modificata, costituita da azoto e gas inerti (presenti nell’aria in ragione di oltre il 70%) e da CO2, impedendo lo sviluppo di funghi, insetti e altri parassiti: ciò consente di evitare interventi con agrofarmaci, comunque costosi.

Questa tecnica permette di tenere distinte singole partite di granella con caratteristiche diverse, dovute alla varietà, allo stato sanitario o ai parametri tecnologici (peso specifico, glutine, indice alveografico, ecc.); poiché ogni elemento tubolare ha una lunghezza di 60-75 m, la capacità di ciascun silo – e quindi della singola partita – può infatti variare fra 200 e 250 tonnellate, garantendo una certa precisione nella tracciabilità del prodotto.

La tecnologia del silobag permette di abbattere drasticamente i costi di conservazione dei cereali e delle altre colture da granella, ma lascia intatti alcuni interrogativi che riguardano le modalità con cui gran parte dei nostri prodotti viene commercializzata. Le commodities rimangono infatti una merce indifferenziata, facile preda di speculazioni: nella sola borsa merci di Chicago (il mercato di riferimento a livello mondiale) viene trattato ogni anno un valore 3-4 volte superiore al totale di cereali prodotti nel mondo, incluso l’autoconsumo.

In quest’ordine di grandezza l’agricoltore singolo è un granello di sabbia nel deserto e la speranza di imbroccare il colpo giusto nella vendita del prodotto ha lo stesso indice di rischio del gioco d’azzardo: per una volta che va bene, si dovranno affrontare diverse delusioni.

D’altra parte la consegna dei cereali in conto vendita non rappresenta la soluzione, ma spesso un problema: se i prezzi sono bassi, lo stoccatore si trova in difficoltà con l’industria perché nessuno vuole vendere, se sono alti, tutti vorrebbero vendere ma chi dovrebbe acquistare cerca giustamente di resistere. Se l’industria compra all’estero è anche colpa nostra, perché ci sono momenti in cui nessuno vuol vendere; lo stesso stoccatore è tentato a non sollecitare troppo l’agricoltore a vendere, per utilizzare gli impianti per qualche mese in più, col risultato che ci sono periodi in cui le transazioni sono ridotte al lumicino.

Garantire l’approvvigionamento all’industria, vendere a condizioni favorevoli, assorbendo i rimbalzi eccessivi del mercato, premiare le produzioni di qualità, tutelare la professionalità degli agricoltori: senza ricette miracolose, la soluzione esiste e si chiama filiera.

L’esperienza marchigiana

Duramente scottati da un’esperienza negativa – un mulino da 100.000 t/anno che ha chiuso in modo traumatico, con il suo seguito di forniture non pagate – alcuni agricoltori e contoterzisti marchigiani hanno detto basta ai tentativi puerili (ed infruttuosi…) di speculare sui prezzi di mercato e, con il supporto del primo trasformatore italiano, hanno dato vita a un accordo commerciale fondato su trasparenza e fiducia reciproca.

L’accordo, che prevede il pagamento del prodotto in tre fasi, all’interno della campagna di commercializzazione, si fonda su un criterio di determinazione del prezzo che tiene conto sia di un valore minimo (per ridurre il rischio per il produttore), sia della media dei valori di mercato; i requisiti qualitativi sono particolarmente severi e oggetto di ulteriori premi per il produttore, in relazione a un preciso protocollo colturale.

Secondo Luciano Petrini, coordinatore della parte agricola – è egli stesso agricoltore e contoterzista – l’accordo sottoscritto nelle Marche ha gettato un seme destinato a produrre buoni frutti: nonostante la tendenza rialzista del mercato abbia invogliato molti produttori a tentare ancora una volta la strada della speculazione individuale, l’esperienza del primo anno ha coinvolto una superficie di quasi diecimila ettari, con una produzione di ben 53mila t di grano duro di alta qualità, interamente destinato alla pasta del prestigioso pacchetto blu. L’accordo con il gruppo Barilla si pone l’ambizioso obiettivo di raggiungere le 100mila t, garantendo nel contempo la tracciabilità del prodotto nazionale che, almeno nel 2011, è in grado di competere con le migliori partite provenienti d’oltreoceano.

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