Con le colture “a perdere” chi ci guadagna è il terreno

COVER CROPS

Fra i principali vantaggi: conservazione della sostanza organica e protezione del suolo.


Lorenzo Benvenuti, Terra e Vita
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Sovescio, cover crops, cacth crops, sono nomi diversi utilizzati per indicare una tecnica simile nella sostanza, attribuiti per enfatizzare una funzione, o per stigmatizzare un sistema di gestione, ad esempio il sovesciare la biomassa prima dell’impianto della coltura produttiva.

La tecnica consiste nel seminare, nell’intervallo fra una coltura produttiva e la successiva, una specie o un miscuglio di specie destinato a fornire una produzione che non sarà raccolta: per questo sono anche dette colture a perdere. A guadagnarci è però il terreno e, di conseguenza, l’agricoltore. Vediamo come.

Nel periodo invernale (in attesa della semina di una coltura a ciclo estivo) o estivo (in attesa della semina di una coltura a ciclo invernale) il terreno nella gestione convenzionale rimane libero. Sotto il profilo ecologico questo è uno spreco perché un terreno privo di vegetazione è paragonabile a un capitale che non frutta interessi e che, a causa dell’inflazione, perde progressivamente di valore.

Azione di cattura

Infatti, un terreno privo di vegetazione non solo non produce biomassa, ma addirittura depaupera le sue riserve di sostanza organica e s’impoverisce di elementi nutritivi. Nel terreno l’attività biologica, che ovviamente non s’interrompe in assenza di una coltura, procede a carico sia della sostanza organica non ancora umificata (ad esempio sui residui della precedente coltura) e sia dell’humus già presente nel terreno, con processi biochimici complessi che contemplano anche quelli di mineralizza-zione.

La mineralizzazione libera elementi nutritivi che, in assenza di una vegetazione in grado di intercettarli (da qui la funzione di cattura evidenziata nel termine cacth crop coniato qualche anno fa), possono essere facilmente lisciviati (composti azotati) o trasportati fuori dall’appezzamento con l’erosione.

Val la pena di ricordare che l’attività biologica nel (e sul) terreno è presente anche a temperature relativamente basse (sono sufficienti pochi gradi sopra lo zero) o con ridotta umidità (solo una forte carenza di acqua blocca il metabolismo).

Accettando una certa approssimazione, si può asserire che le condizioni ambientali che consentono l’attività metabolica dei microrganismi nel suolo sono le stesse (o quasi) che consentono alla vegetazione di svilupparsi. Quando nel suolo sono attivi i processi di mineralizzazione, la vegetazione presente è in grado di intercettare i prodotti di questo metabolismo utilizzandoli per creare nuova biomassa.

Azione anti-erosiva

Il terreno nudo, inoltre, è più intensamente soggetto a fenomeni di erosione sia idrica che eolica. Acqua e vento, se non trovano ostacoli sul loro percorso, asportano e poi trasportano con facilità le particelle di terreno. Questo fenomeno, evidente sui suoli in pendenza, agisce anche in pianura, dove per attuare un trasporto solido già consistente, è sufficiente (per l’acqua) la normale inclinazione degli appezzamenti per lo sgrondo. Ad esempio a fronte di eventi piovosi di forte intensità e baulature con pendenze prossime al 2%, sono state registrate asportazioni di 10 t/ha di terreno per evento di pioggia. Una parte di questo terreno, che non sedimenta nella rete scolante aziendale, raggiunge la rete idrografica principale e tramite questa il mare.

La presenza di vegetazione impedisce, o riduce fortemente, l’erosione (da qui la funzione di copertura evidenziata nel termine cover crop, oggi molto in voga) attraverso due principali meccanismi. Il primo, di trattenimento, dipende dallo sviluppo dell’apparato radicale, il secondo di assorbimento dell’azione cinetica prodotta dall’acqua o dal vento, dipende dallo sviluppo della parte epigea.

Più sostanza organica

In questo caso, però, lo scopo si persegue anche lasciando il terreno coperto dal residuo colturale, evitando o limitando fortemente le lavorazioni. Proprio questa funzione di protezione del suolo attuata dal residuo colturale ha portato negli anni trenta allo sviluppo della tecnica della semina su sodo e più in generale, dell’agricoltura conservativa.

La semina di una coltura a perdere offre anche altri importanti benefici per il terreno. Innanzitutto incrementa l’apporto di sostanza organica, contribuendo in tal modo a invertire la tendenza che sta conducendo i terreni verso una progressiva depauperazione di questa fondamentale risorsa, e, non meno importante, rappresentare una non trascurabile fonte di composti azotati, che consente di ridurre le concimazioni chimiche. Queste colture, infatti, permettono di ridurre l’uso di agrochimici sia direttamente, tramite l’azione di cattura o di fissazione dell’azoto atmosferico propria delle leguminose, e sia indirettamente, attraverso un miglioramento della fertilità del suolo ascrivibile allo stimolo dell’attività microbiologica e all’incremento di humus nel suolo.

L’humus, lo ricordiamo, ha elevatissime capacità di scambio cationico, superiori a quelle della migliore componente argillosa di un suolo. Non trascurabile, per le aziende biologiche o quelle soggette a disciplinari che prevedono la lotta integrata, anche la funzione di controllo sullo sviluppo delle infestanti, in genere basata sulla competizione nell’intercettazione della radiazione solare.

Il sovescio può anche contribuire alla lotta nei confronti di alcuni temuti parassiti delle colture (ad esempio i nematodi, attraverso l’impiego di vegetali con funzioni biocide), può fornire un’integrazione alimentare agli allevamenti (di api, con specie mellifere, o di erbivori, con specie idonee al pascolamento), favorire lo sviluppo di una fauna utile (con specie idonee a ospitare e alimentare sirfidi e coleotteri utili), contribuire all’instaurarsi di condizioni che favoriscano l’omeostasi (in chiave sinecologica) o, più in generale, a incrementare la biodiversità del territorio (substrato indispensabile al soil food web).

Le colture a perdere consentono, in un periodo di non coltivazione, di riciclare la materia e intercettare la radiazione solare migliorando l’efficienza del sistema: un ecosistema efficiente richiede meno input per produrre offrendo l’opportunità di ridurre i costi di coltivazione. L’introduzione nel ciclo produttivo di questa tecnica contribuisce quindi a migliorare la sostenibilità del processo produttivo perché consente di utilizzare le potenzialità dell’ecosistema a favore della produzione.

Queste motivazioni hanno indotto molte Regioni a inserire la pratica del sovescio (nell’ambito di azioni rivolte ad aziende con gestione convenzionale del terreno) o della cover crop (in azioni dedicate all’agricoltura conservativa, come in Veneto e in Lombardia) fra le prescrizioni delle misure agroambientali.

Vale la pena ricordare che le funzioni, proprie delle colture a perdere, sono in parte svolte anche da colture intercalari, condotte quindi con fini produttivi. Infatti, anche con queste si protegge il suolo e s’incrementa l’apporto di sostanza organica (solo tramite il residuo colturale, e quindi in misura inferiore).

Scelta della specie

La specie va scelta a seconda della funzione che si vuole enfatizzare e della stagione.

Le graminacee hanno una forte capacità di intercettare i composti azotati, sono dotate inoltre di un apparato radicale superficiale, fascicolato, di norma molto esteso, con buona capacità anti-erosiva. Le leguminose incrementano la dotazione di azoto del terreno, forniscono sostanza organica di più rapida decomposizione grazie proprio al maggior contenuto di azoto, sono, per contro, poco efficienti nell’azione di cattura dell’azoto liberato nel suolo. Le brassicacee (o crucifere) possono aiutare a contenere lo sviluppo di nematodi (e altri patogeni edafici) in quanto nella loro decomposizione liberano iso-tiocianato. In questo caso, se si vuole massimizzare l’azione biocida, è necessario ricorrere però all’interramento superficiale dell’intera pianta, secondo la tecnica del sovescio. L’azione di controllo sulle infestanti molto dipende dalla densità di piante e quindi dalla dose e dalle modalità di semina e dall’emergenza. Tendenzialmente graminacee e leguminose assolvono bene anche questa funzione.

Fra le altre specie ricordiamo la facelia, appartenente alla famiglia delle Boraginaceae, molto usata per il suo rapido sviluppo, l’azione di cattura e perché pianta mellifera, forte produttrice di nettare. In molte condizioni può essere conveniente ricorrere a miscugli, mediando fra le funzioni svolte dalle diverse specie. Caratteristiche simili sono possedute dal grano saraceno, una poligonacea.

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