Spandere o somministrare?

TECNICA

Distribuire i reflui per aspersione comporta forti perdite di azoto ammoniacale. Meglio l’interramento


Roberto Guidotti, Il Contoterzista
CT_4_2013_foto Bossini

Confinato fino a pochi anni fa solo ai territori a forte vocazione zootecnica, per effetto della progressiva contrazione del numero degli allevamenti, la distribuzione dei liquami in campo sta conoscendo una nuova fase di espansione grazie alla diffusione degli impianti per la produzione biogas per uso energetico.

 

In verità, le ultime correzioni apportate al conto energia hanno un po’ frenato la corsa alla costruzione di nuovi impianti, ma bisogna ammettere che l’incentivo “senza se e senza ma”, adottato soltanto nel nostro Paese, ha generato degli autentici mostri. Investitori senza alternative si sono fatti sedurre dalle promesse di un facile guadagno, andando a costruire digestori anche in aree geografiche ormai prive di insediamenti zootecnici o con scarsa attitudine produttiva.

 

Le anomalie climatiche dell’ultima annata agraria hanno dato un segnale forte, ma salutare, convincendo anche i più ottimisti a non scommettere troppo su previsioni produttive e bilanci aggiustati al solo fine di “vendere” un impianto in più. Gli effetti negativi di questa improbabile corsa all’oro si sono visti innanzi tutto sul mercato delle lavorazioni agromeccaniche, che ha perduto superfici ragguardevoli: nella “Bassa” lombarda, fra il 2011 e il 2012, sono mancati all’appello circa 40.000 ha di seminativi.

 

Ammesso che una parte del fatturato legato alla mietitrebbiatura sia stato recuperato con la trinciatura e l’insilamento (non sempre eseguita dalla stessa impresa), le strutture per lo stoccaggio e la commercializzazione hanno registrato una perdita secca di mezzo milione di tonnellate di cereali da trattare. Un vero e proprio “tsunami commerciale” che sposta l’asse degli investimenti al di fuori dei confini nazionali: se prima quel denaro veniva impiegato in ambito locale, solo una parte minoritaria degli investimenti nel settore energetico è effettivamente andata a beneficio dell’economia italiana.

 

Con il biogas – se qualcuno se ne fosse accorto è arrivato tardi – è accaduto lo stesso fenomeno verificatosi con il fotovoltaico: l’Europa ha investito miliardi di euro per incentivare gli “affettatori di silicio” dell’Estremo oriente, con un ritorno sul territorio pressoché nullo. Consoliamoci allora con il digestato, sostanza di aspetto sgradevole che svolge tuttavia una funzione fondamentale nella filiera delle bioenergie, quale anello di chiusura del ciclo virtuoso della produzione di biomasse.

Risorsa e non scarto

 

Coltivare mais per produrre energia, al di là della riduzione nel consumo dei combustibili fossili e del contenimento dei gas responsabili dell’effetto serra, rappresenta comunque un’attività che sottrae risorse al terreno e che consuma energia, attraverso il massiccio impiego di fertilizzanti azotati. In realtà il processo di digestione anaerobica scinde i carboidrati (dagli zuccheri alla cellulosa) in metano e anidride carbonica, ma non tocca le sostanze azotate, che subiscono solo trasformazioni biochimiche durante la permanenza nel digestore. Il digestato ha spesso un contenuto di acqua molto elevato, che ne può rendere antieconomica la gestione, specialmente quando il trasporto deve avvenire a distanze maggiori di qualche chilometro; in questi casi il digestore può essere dotato di un impianto per la concentrazione dei solidi e per il recupero dell’acqua in eccesso, che viene reimpiegata nel ciclo diminuendo i consumi. Il segreto tuttavia sta nel considerare il refluo come una risorsa e non come una sostanza di scarto di cui bisogna liberarsi, anche per consentire la prosecuzione del ciclo di funzionamento del digestore.

 

La vera ricchezza del digestato non è dovuta solo al contenuto in azoto, ma anche al fatto che l’elemento è in gran parte trattenuto sotto forma organica. Poiché l’azoto è l’elemento chimico più solubile in assoluto, è anche il più facile da asportare per dilavamento, soprattutto nella forma nitrica ed ammoniacale. Quando invece entra a far parte di molecole organiche, la trasformazione nelle forme citate avviene gradualmente e rimane disponibile nel terreno anche in presenza di forti piogge o di interventi irrigui ripetuti.

 

Il processo di mineralizzazione è sì lento, ma non abbastanza da consentire la somministrazione di tutto il digestato in presemina: ecco allora che la distribuzione deve essere protratta nel tempo, durante la fase di sviluppo della coltura.

 

Finché la pianta è in fase di riposo vegetativo lo spandimento del liquame può avvenire anche in superficie, meglio però se con dispositivi localizzatori che riducano l’esposizione all’aria. Al di là della formazione di odori, particolarmente evidenti con digestato di origine mista (da deiezioni zootecniche e da colture dedicate), il vero pericolo dello spandimento per aspersione è rappresentato dalla forte perdita di azoto sotto forma ammoniacale, soggetta a rapida evaporazione. Dato che l’azoto vale, in media, circa 0,80 /kg, è conveniente perderne il meno possibile: partendo da questa considerazione è stata sviluppata la tecnica della distribuzione localizzata, con interramento a bassa profondità – da 5 a 15 cm – realizzato con estirpatori ad ancora portati posteriormente dal carro botte, ovvero con macchine semoventi specifiche. Poiché lo spandiliquame deve circolare su strada senza particolari vincoli, il dispositivo interratore è quasi sempre costituito da un estirpatore richiudibile idraulicamente, operante su larghezze di lavoro di almeno 4 metri.

Massimo vantaggio

 

Per colture a file come il mais la somministrazione può essere ritardata fino all’inizio della fase di levata, purché la coltura abbia una taglia tale da non subire danni per effetto del passaggio della trattrice e del rimorchio. In questa fase fenologica, che precede la fioritura di qualche settimana, la distribuzione localizzata del digestato rappresenta un ottimo compromesso, in quanto permette di somministrare il fertilizzante proprio nel momento in cui la coltura manifesta il maggiore fabbisogno, sia per l’azoto che per il fosforo. Sul piano economico, l’agricoltore consegue il massimo vantaggio, potendo ridurre al minimo le perdite per dilavamento e utilizzando le sostanze nutritive contenute nel digestato quasi al 100%. Stupisce pertanto scoprire che molti agricoltori non si rendano conto di quanto valga la distribuzione mirata e localizzata del refluo, sottovalutando il maggior costo rispetto alla semplice aspersione, effettuata ovviamente in un periodo in cui la coltura non è ancora in grado di avvalersi del potere fertilizzante del digestato.

 

È chiaro che aprire la valvola e vuotare la botte costa molto meno che effettuare un’applicazione precisa, a dosaggio controllato, con interramento nell’interfila o a pieno campo, se non altro per la necessità di avere un distributore in grado di alimentare tutti gli interratori con la stessa portata e per il notevole sforzo di traino che comporta l’interramento. Il cantiere di lavoro, per una portata su campo di 15-20 metri cubi, ha una tara di circa 18-21 tonnellate, considerando il peso della trattrice zavorrata e dello spandiliquame allestito con l’estirpatore posteriore, a cui va aggiunto un carico pagante di altre 15-20 tonnellate. Il semplice spandimento in superficie comporta già l’impiego di una macchina da almeno 200 cavalli, a cui si devono aggiungere circa 12-20 cavalli per ogni metro di larghezza del dispositivo interratore, a seconda del numero delle ancore e della profondità. In generale si può assumere che l’incremento del costo orario con l’interramento del liquame, rispetto al semplice spandimento in superficie, abbia un’incidenza percentuale prossima al 20%.

Le tariffe

 

L’esame delle tariffe applicate sul territorio nazionale per lo spandimento dei liquami (vedi Tab. 1) mostra che l’attività di distribuzione localizzata è ancora poco diffusa e il costo dell’interramento tende ad essere sottovalutato. I liquami zootecnici, così come il digestato, sono invece sottoprodotti di elevato valore agronomico, il cui impiego non può essere banalizzato in un’ottica di semplice smaltimento in campagna. Benché il contenuto in elementi nutritivi possa variare notevolmente, principalmente in relazione al suo grado di diluizione, un refluo organico ha un valore economico che oscilla fra i 9 e i 24 euro per tonnellata (vedi Tab. 2). Il valore è stato calcolato solo con riferimento alla concentrazione dei tre elementi principali (azoto, fosforo e potassio), senza considerare né la presenza della sostanza organica, che esercita un effetto benefico sulla struttura del suolo, né la “protezione” che questa può esercitare nei confronti del dilavamento.

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