Semina su sodo, rese aumentate del 20% in pochi anni

Nell’agro romano Massimiliano Giansanti pratica il sod seeding già da otto anni su una superficie di oltre mille ettari. Le rese sono cresciute di un quinto nel giro di poco tempo. Ma, avverte, per avere successo è importante farsi seguire da un esperto e adattare le pratiche agricole alle proprie specifiche esigenze

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Una delle aziende che per prima ha creduto nelle tecniche di sod seeding è La Castelluccia, gestita dal presidente di Confagricoltura Roma Massimiliano Giansanti. Quasi 1.500 ettari seminati tra l’agro romano, Ardea, Pomezia e Viterbo, di cui l’80% con la tecnica del sodo.
«Abbiamo fatto la prima prova di semina diretta su sodo nel 2008 – racconta – e da allora non siamo più tornati indietro, estendendola a quasi tutte le nostre colture. Gli effetti positivi sono stati molteplici: dalla riduzione dei costi dovuta alle minori lavorazioni, quindi a un minor uso di carburante (meno 50%) e di ore dei trattoristi, al minor sfruttamento delle macchine stesse. Poi c’è l’aspetto ambientale, con una sensibile riduzione delle emissioni, la possibilità di standardizzare le lavorazioni e pianificare la gestione dell’azienda in maniera precisa, infine i risultati in campo: nel giro di pochi anni le rese sono aumentate del 20% un po’ per tutte le colture».

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La seminatrice John Deere 1590 in azione sui terreni de La Castelluccia

Lavorazioni programmate
La semina su sodo consente a Giansanti di sfruttare in pieno le giornate lavorative e di terminare le semine entro Natale a prescindere dalla piovosità, mentre con le tecniche tradizionali, in caso di autunni molto piovosi si andava anche oltre l’inizio dell’anno con la messa a dimora dei semi e le rese ne risentivano. Per la semina usa  una John Deere 1590 e due Gaspardo Diretta. I trattori utilizzati sono un New Holland 285, un 6080 e un 6140.
«Su sodo seminiamo favino, orzo, triticale, grano duro e tenero, pisello proteico – spiega Giansanti – in poco tempo le rese sono aumentate del 20%, poi si sono stabilizzate. Sto provando anche con il girasole, ma riscontro qualche problema con le infestanti». Per quanto riguarda il frumento duro, dato che era la prima esperienza di semina su sodo sui terreni dell’agro romano, Giansanti si è avvalso della consulenza del professor Michele Pisante, ordinario di Agronomia all’Università di Teramo e vicepresidente della Società italiana di agronomia. Alla Castelluccia non si ringrana e si segue una rotazione biennale. L’accoppiata frumento (tenero o duro) e favino è quella che fa ottenere i migliori risultati a livello di rese.

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Seminatrice John Deere 1590, dettaglio

Il futuro dell’agricoltura è la conservativa
Più che in campo, il vicepresidente nazionale di Confagricoltura ha riscontrato i problemi maggiori a convincere i suoi collaboratori che il sod seeding era la strada giusta da seguire: «Pensavano che non si potessero ottenere rese adeguate senza arare, ma pian piano hanno dovuto ricredersi. Anche grazie al personale, negli anni abbiamo messo a punto dei protocolli precisi dalla semina al raccolto, usiamo la precision farming, tutte le macchine sono equipaggiate con navigatore satellitare e per ogni coltura abbiamo fogli di calcolo con dati che ci aiutano a gestire tutte le lavorazioni».
Giansanti usufruisce dei fondi per le misure agro-climatico-ambientali messi a disposizione dalla Regione Lazio (poco meno di tre milioni di euro per la minima lavorazione e la semina su sodo, con un sostegno variabile da 130 a 180 €/ha per frumento, orzo e segale, fino ai 300 €/ha per il mais), dove c’è stato un overbooking di richieste: «Ma al di là dei finanziamenti – precisa – l’agricoltura conservativa è un tema centrale per l’agricoltura italiana: gli agricoltori devono abbandonare il pregiudizio nei confronti della conservativa e del sodo. Poi, per avere successo, ogni azienda deve farsi supportare da tecnici preparati e adattare le lavorazioni alle proprie caratteristiche».

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