Più forti del terremoto

CONTOTERZISMO

I fratelli Galeazzi nel Modenese, specializzati in vendemmia, non si sono fermati davanti al sisma


Ottavio Repetti, Il Contoterzista
CT_1_2013_Fratelli Galeazzi

Il nostro consueto viaggio tra le realtà del contoterzismo italiano ci porta questo mese in provincia di Modena, per l’esattezza a Cortile, frazione di Carpi. Nome che suonerà familiare anche a chi non conosce la zona, per essere diventato suo malgrado famoso qualche mese fa. È stato, infatti, uno dei comuni più colpiti dal terremoto del maggio 2012. Anche i contoterzisti che ci ospitano, i fratelli Galeazzi, soci dell’Apima Modena (aderente a Unima), hanno subito diversi danni. Loreno, uno dei titolari, alla fine minimizza: «Sì, c’è stato da rifare qualche tetto di capannone, qualche casa da sistemare o da tirar giù… Ma per fortuna non le abitazioni principali, quelle stanno bene». A sentir lui, insomma, poco più che ordinaria amministrazione. Poi approfondisci un po’ la questione e scopri che l’azienda ha subito, tirate le somme, danni per centinaia di migliaia di euro. «Qualche centinaio, alla fine. Non ci si può mica far niente, quando tocca tocca. Abbiamo fatto le domande per i risarcimenti, vedremo. Il problema è che ogni giorno cambiano le direttive, non si capisce bene cosa bisogna fare». Un problema, questo, sottolineato da più parti. «Lo stesso vale per le tasse: sono da pagare? No? Chi lo sa, è tutto in alto mare, un giorno si sente una cosa e il giorno dopo l’opposto. Vedremo. Noi, comunque, i lavori li abbiamo fatti subito, non potevamo lasciare gli attrezzi in mezzo a un campo. L’importante è che non abbiamo perso macchine e che quindi abbiamo lavorato tutta estate».

Al servizio della viticoltura

La Galeazzi Guido e figli, attualmente gestita da Romano, Loreno e Massimo Galeazzi, è un’azienda che effettua lavorazioni agricole a 360 gradi. Fa di tutto, sia per quanto riguarda il tipo di interventi (dall’aratura alla raccolta, come si dice) sia per i settori. «Seguiamo i seminativi – infatti abbiamo quattro mietitrebbie – ma anche la viticoltura, che in zona è una realtà importante» ci spiega ancora Loreno. Proprio la gestione del vigneto – e soprattutto della vendemmia – è l’attività che più rappresenta l’azienda, a nostro parere. Non foss’altro che per un fatto, incontrovertibile: i Galeazzi sono stati tra i primi, in Italia, a offrire la raccolta meccanizzata delle uve, ormai parecchi anni fa. Lo fecero, allora, su Gdc, ovvero sul sesto d’impianto nato proprio per permettere la meccanizzazione dei principali lavori, vendemmia in testa. «A quei tempi – ricorda Romano – non c’erano vendemmiatrici di costruttori famosi. I primi esemplari erano più dei prototipi che dei pezzi in serie. Erano artigianali, uno diverso dall’altro. Compresi quelli che acquistammo noi». Ma i Galeazzi hanno fatto di più: dopo aver comperato da un artigiano locale due vendemmiatrici per Gdc, se ne sono costruiti una in casa. «L’abbiamo fatto con l’aiuto del meccanico che ha fatto le prime due. Gli abbiamo detto che volevamo provare a farne una noi, per adattarla alle nostre esigenze, e lui volentieri ci ha dato una mano. Così è nato questo modello unico, che a nostro avviso non si comporta affatto male», ci dice il contoterzista.

 

Ma raccogliere uva sul Gdc non basta, perché anche i sesti d’impianto a spalliera sono molto diffusi nel Modenese. Per questo, i Galeazzi hanno anche tre Gregoire trainate, una delle quali con diraspatrice. «Queste sono chiaramente più recenti. Sono necessarie se si vuol fare meccanizzazione della raccolta a tutto tondo, visto che il Gdc è minoritario in zona, sebbene presente. Se si vuol offrire il servizio completo, bisogna essere attrezzati per entrambi i sesti». E i Galeazzi il servizio completo lo offrono eccome: con sei vendemmiatrici sono tra le imprese agromeccaniche meglio attrezzate in materia. «In effetti è un settore su cui ci siamo specializzati. Non soltanto per la vendemmia: abbiamo anche diversi irroratori per i trattamenti e poi trattori da vigneto per le altre lavorazioni» ci dicono i fratelli.

Multimarca, ma soprattutto grigio argento

 

Trattori che, in larga parte, sono Lamborghini. Lo stesso vale per le macchine da pieno campo: sotto i capannoni (tre, quattro… a un certo punto abbiamo perso il conto) troviamo almeno un ventennio di storia del “Toro”, dai vecchi Titan fino agli ultimi arrivati: gli R6.150 e R6.160. Nonché un R2.100 da usarsi, appunto, tra vigneti e frutteti, ma buono anche per applicazioni più impegnative.

 

I Galeazzi non sono, però, un’azienda mono-marca: hanno anche qualche John Deere – compreso un Trac di prima generazione – due Challenger e per la raccolta si affidano a Claas. «Tuttavia – ci dice Romano – con Lamborghini abbiamo un feeling particolare, che risale ancora ai tempi di mio padre». L’attività, come si capisce dal nome, nasce infatti da Guido, padre degli attuali titolari. «Fu lui a iniziare, nel 1957. Prima faceva il casaro. Poi, avendo qualche soldo da parte, comperò un Landini L25 e iniziò a fare qualche lavoro. Cinque anni dopo arrivò un Ford Mayor, quindi i cingolati Fiat e poi Lamborghini». Oggi come allora, come abbiamo visto, il marchio del gruppo Same Deutz-Fahr fa la parte del leone qui a Cortile. «Alla fine non è nemmeno una scelta precisa. Diciamo che ci troviamo bene con questi trattori. Sia per il rapporto qualità-prezzo sia per alcune caratteristiche. I consumi in primo luogo e poi altri aspetti ancora, come la maneggevolezza e – parlando dei modelli più recenti – anche i motori».

 

Un altro marchio cui i Galeazzi attribuiscono parecchia fiducia è Gaspardo: nel capannone dedicato alle seminatrici, il rosso è decisamente un colore dominante. Lo ritroviamo anche tra le macchine da sodo, con una DP giunta alla seconda campagna. «In verità di macchine da sodo ne abbiamo tre: oltre alla DP, due Rau» precisano i diretti interessati. La semina su sodo nel Modenese era, fino a qualche anno fa, un’eresia: sui terreni argillosi tipici della zona, quasi nessuno osava abbandonare l’aratura. Evidentemente le cose stanno cambiando anche da queste parti. «Certamente. E in fretta, anche. Per quanto ci riguarda, possiamo dire che il 90% del grano va su sodo. Gli agricoltori lo preferiscono per diversi motivi, anche economici. E si è visto che i risultati produttivi sono molto simili a quelli della lavorazione tradizionale, tra l’altro».

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