Sostenibilità ambientale applicata alle irroratrici

SOSTENIBILITA'

La prima stesura del Piano d’azione nazionale è stata completata. Cosa cambierà rispetto al passato


Roberto Guidotti, Il Contoterzista
irroratrici_colture_erbacee

Dopo un lungo periodo di gestazione è stata finalmente completata la prima stesura del Piano di azione nazionale sull’uso sostenibile degli agrofarmaci, che sarà il principale strumento per rendere effettiva l’applicazione della direttiva comunitaria n. 128 del 2009, recepita con il decreto legislativo n. 150 del 2012.

 

Le finalità del provvedimento sono riconducibili a due aspetti fondamentali. Da una parte, integrare le direttive in materia di sicurezza per l’operatore, nel filone di quel complesso sistema normativo che, per semplicità, viene indicato con l’espressione “Direttiva Macchine”, con specifico riguardo alle macchine e attrezzature già in uso.

 

Il secondo obiettivo consiste nella protezione dell’ambiente in tutte le sue articolazioni: dai campi coltivati alle aree verdi pubbliche e private, dalle pertinenze di strade e ferrovie alla vita nei corsi d’acqua, fino all’intera collettività nel caso di trattamenti con mezzi aerei.

 

Il concetto di protezione viene declinato in modi diversi, che vanno dalla semplice limitazione nella scelta dei principi attivi (dai più tossici ai meno pericolosi), fino alla proibizione assoluta nelle situazioni più critiche. Rispetto alla prima bozza dell’autunno 2009 si sono compiuti molti progressi, sia riguardo alla precisazione dei soggetti coinvolti (per esempio, le imprese che lavorano per conto terzi), sia nei confronti dei modelli agricoli consentiti, sia nel campo della formazione degli operatori.

 

La versione presentata a novembre era ancora provvisoria: il lavoro delle numerose commissioni tecniche che hanno scritto il provvedimento è stato oggetto di una pubblica consultazione, conclusasi alla fine di dicembre. In quella sede le rappresentanze dei soggetti coinvolti – fra cui la stessa Unima – hanno fatto sentire la loro voce rispetto alle varie criticità, proponendo modifiche e integrazioni. Sebbene la versione definitiva non sia ancora uscita, si ritiene utile indicare esaminare a grandi linee il Piano di azione nazionale, con specifico riguardo ai controlli sul parco macchine, tanto più che le imprese che operano per conto terzi sono soggette a cadenze più frequenti. È interessante notare, innanzi tutto, la volontà del legislatore di considerare fatte per “conto terzi” le lavorazioni svolte su fondi o aree altrui, senza distinguere la natura delle imprese coinvolte, siano essi agromeccanici di professione o agricoltori con attività connessa: una volta tanto, tutti sono sullo stesso piano.

 

La norma – se verrà mantenuta – è interessante anche perché esclude dalla disciplina del commercio di fitofarmaci l’acquisto diretto del prodotto da parte del contoterzista, che lo fatturerà insieme alla prestazione agromeccanica, permettendo così di superare le difficoltà legate alla mancanza del patentino da parte dell’agricoltore destinatario del servizio.

Destinazione finale dei prodotti fitosanitari

 

 

 

L’unica distinzione che si fa riguarda la destinazione finale dei prodotti fitosanitari, che può essere professionale o non professionale: in quest’ultimo caso l’etichetta deve indicare che il preparato può essere impiegato solo nell’ambiente domestico o in orti e giardini privati. Il concetto di fondo è che gli operatori professionali, che fanno uso di fitofarmaci per la propria attività, debbano avere una formazione adeguata, sia per la fase di acquisto sia per l’effettivo impiego dei prodotti. Questo rappresenta una novità rispetto al passato, quando il patentino era obbligatorio solo per l’acquisto dei prodotti più pericolosi: ma dall’introduzione dell’obbligo di tenuta del quaderno di campagna un minimo di formazione è in realtà indispensabile, se non altro per compilare correttamente il registro.

 

Un altro aspetto importante riguarda le precauzioni da prendere quando si eseguono trattamenti in prossimità di insediamenti abitativi o di luoghi frequentati dal pubblico. Alcune di queste possono in verità apparire esagerate, in quanto comportano grossi vincoli per l’agricoltore o il contoterzista: tuttavia è interessante osservare il problema anche da un’altra prospettiva. Da diversi anni, specie in vicinanza di grandi centri urbani, si è verificato un ripopolamento delle campagne da parte di famiglie provenienti dalla città, sfruttando i vecchi casali abbandonati, spesso ristrutturati con gusto e trasformati in dimore di pregio.

 

Chi ha scelto di vivere in un contesto rurale, tuttavia, non ha consapevolezza dei processi produttivi e tende ad associare l’idea della campagna a un concetto romantico con “contadini” in costume e tavolate sull’aia, secondo i cliché imposti dai mezzi di comunicazione e da una certa pubblicità. Da tempo si sono moltiplicate a dismisura le denunce e le segnalazioni ai servizi di igiene pubblica delle aziende sanitarie per trattamenti “pericolosi e inquinanti” che in realtà sono effettuati nel pieno rispetto delle regole, solo perché producono odori sgradevoli o sconosciuti. Certamente l’apposizione di cartelli è una seccatura, specie sulle colture estensive: tuttavia è già significativo il fatto che l’informazione venga riconosciuta come uno strumento idoneo a legittimare il trattamento, anche se eseguito in vicinanza di aree residenziali o frequentate.

 

Uno dei punti chiave del provvedimento è costituito dal controllo periodico delle irroratrici, che deve essere svolto a due diversi livelli: quello aziendale, affidato direttamente all’operatore, sia prima dell’esecuzione del trattamento, sia con un più approfondito esame periodico; quello istituzionale, che si realizza con un vero e proprio collaudo, iniziale e periodico, svolto da un centro autorizzato dalle Regioni e dotato di personale specializzato e di strumentazioni adeguate.

 

La parola collaudo non deve trarre in inganno: la verifica delle irroratrici riguarda soltanto la tutela dell’ambiente e delle condizioni di lavoro, e non ha quindi nulla a che vedere con le norme sulla circolazione stradale. Il primo controllo funzionale delle irroratrici dovrà essere stato completato, per tutte le macchine impiegate in Italia, entro il 26 novembre 2016: considerando che il Piano non è ancora operativo, restano meno di 1.000 giorni lavorativi per controllare oltre mezzo milione di macchine, qualcosa come 600 pezzi al giorno; ma mentre ci sono Regioni che hanno già autorizzato una serie di centri di prova, tale da configurare una rete diffusa capillarmente sul territorio, in altre aree del Paese si manifesta un notevole ritardo, destinato a mettere in difficoltà tutta la filiera.

Controllo macchine, la scadenza è novembre 2014

 

I controlli sono differenziati fra macchine per l’irrorazione di colture erbacee, per colture legnose e per l’impiego in ambiente protetto (serra, tunnel, ecc.); fra l’altro il termine per il primo collaudo delle macchine impiegate per conto terzi è anticipato di due anni, e scade il 26/11/2014.

 

Come detto in altre occasioni, l’applicazione del piano d’azione nazionale sull’uso sostenibile dovrebbe creare problemi più alle aziende agricole che alle imprese agromeccaniche, per effetto del maggior contenuto tecnico delle attrezzature impiegate per conto terzi. In questi casi il vero collaudo lo fa, tutti i santi giorni, il cliente: se un ugello gocciola, se la distribuzione non è uniforme, oppure se il dosaggio non è quello corretto, è la coltura a fare la spia; l’insoddisfazione del cliente è il vero pericolo, e vale come deterrente rispetto ad una cattiva manutenzione dell’irroratrice. Entrando nel merito, il collaudo presso il centro di prova rispecchia entrambi gli obiettivi della direttiva 128, ossia la rispondenza alle norme di sicurezza e la funzionalità della macchina; all’esame funzionale deve quindi seguire la corretta taratura della macchina per garantire l’uniformità della distribuzione e il controllo quantitativo dei prodotti distribuiti. Sul piano della sicurezza per l’operatore, vengono esaminati soprattutto i dispositivi meccanici (come ad esempio, gli organi di trasmissione del moto), i sistemi di protezione (cabina e relativi filtri) e quelli per ridurre il rischio di contaminazione, come la vaschetta miscelatrice, il serbatoio lavamani e la presenza di comandi remoti atti ad evitare il contatto diretto con i prodotti fitosanitari.

 

I controlli sulla tutela ambientale sono ancora più accurati e tengono conto di diversi fattori:

 

 

  • sistemi di regolazione e monitoraggio (manometri e computer di bordo);
  • assenza di perdite nei circuiti e nei raccordi;
  • ugelli e dispositivi antigoccia;
  • uniformità della distribuzione;
  • sistemi antideriva: polverizzatori, manica ad aria, dimensione delle goccioline;
  • funzionalità della barra, in particolare distanza e parallelismo rispetto al suolo;
  • sezionamento della barra distributrice;
  • valvola di non ritorno sull’aspirazione acqua;
  • sistemi per il lavaggio interno di serbatoio e circuito.

 

Tutto il processo, non dimentichiamolo, ha lo scopo di ridurre sia l’inquinamento diffuso, provocato da una barra in cattive condizioni di manutenzione, sia quello puntiforme, derivante dalle operazioni di riempimento e periodico lavaggio dell’irroratrice, come quello che si fa quando si cambia coltura, in special modo per i diserbanti. A tal fine il Piano d’azione nazionale, e le linee guida che verranno emanate per la definizione di particolari procedure, stabilisce diverse prescrizioni, graduate in base alla loro efficacia. Secondo gli orientamenti comunitari, il miglior modo per ridurre l’inquinamento localizzato è quello di prevenire la produzione di sostanze di rifiuto: definita la superficie da trattare, è preferibile che non avanzi nemmeno un litro di soluzione, anche per ovvi motivi economici. In alternativa, la soluzione rimasta dovrebbe essere ridistribuita sulla coltura trattata così com’è, oppure, se questo dovesse creare problemi di fitotossicità, previa ulteriore diluizione con l’acqua di lavaggio del circuito.

 

Per quanto sia stato previsto dal legislatore, lo svuotamento del circuito in un serbatoio di sicurezza, conservato nel centro aziendale, e il conferimento a un centro specializzato per il trattamento dei rifiuti pericolosi appare difficilmente praticabile per gli alti costi che comporta. Parimenti costoso, per le soluzioni impiantistiche che comporta, è il ricorso alla fitodepurazione svolta direttamente in azienda, senza contare che questo sistema manca di un preciso raccordo con le norme del testo unico ambientale, potendo configurare un’attività di trattamento abusivo di rifiuti, aggravato dalla presenza di contaminanti pericolosi.

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