Miglioramento genetico e ricerca: una nuova rivoluzione verde?

Speciale Miglioramento genetico

16 domande sul dualismo fra sostenibilità e mercato rivolte al pensiero di Francesco Salamini, presidente della Fondazione E. Mach di San Michele all’Adige


Silviero Sansavini, Frutticoltura
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1. Una nuova “rivoluzione verde”: siamo pronti a dare risposte rivolte soprattutto alla questione ecologica?
Per quanto riguarda gli attori del sistema agro-industriale nazionale, si può essere ragionevolmente sicuri del ruolo che essi svolgono nell’innovazione del settore frutticolo, specialmente all’interfaccia tra agricoltura e ambiente. Non sono altrettanto sicuro che il Paese sia pronto a considerare che anche il futuro, e non solo il nostro passato agricolo, merita attenzione e rispetto. Mi riferisco all’approccio romantico-ideologico alla realtà agricola, ormai verbo per i media e per la politica. Se, da una parte, questa visione aiuta a sensibilizzare la società civile sulla ineluttabilità di scelte agricole più rispettose dell’ecosistema, dall’altra può rallentare le soluzioni razionali dei problemi legati alla sostenibilità agricola, quella economica inclusa.
2. Quali sono gli obiettivi dei possibili sistemi produttivi attesi dalla Società? Possono coincidere con quelli del mondo agricolo, ormai ridotti a livello di sopravvivenza? La domanda è in parte ambigua. Bisognerebbe, infatti, distinguere tra attese produttive sociali, economiche e ambientali realistiche e attese definibili, diciamo così, come improprie. Tra le prime rientrano gli obiettivi che, ragionevolmente, tendono a sostituire il ruolo della chimica in agricoltura con approcci che fanno riferimento a ricerche a sfondo biologico. L’obiettivo dovrebbe essere il soddisfacimento, soprattutto quantitativo, delle necessità alimentari del Paese, accertato che oggi viene importato attorno al 30% delle proteine e calorie che consumiamo. Questo obiettivo va a mediarsi anche con la capacità nazionale di esportare, che vede in prima fila particolarmente i prodotti del settore frutticolo. E’ perciò importante mantenere una forte impronta produttiva anche in frutticoltura, se questa attività deve, almeno in parte, bilanciare le importazioni di grandi “commodities”. Che questi pur ragionevoli obiettivi possano concretamente essere raggiunti non può, inoltre, prescindere dalla loro sostenibilità economica, oltre che ambientale. Relativamente alle attese “improprie” non ho suggerimenti da dare: il Lettore può immaginare l’effetto di un ritorno spesso evocato ad agricolture pre-industriali (alla fine dell’ultima guerra il mais produceva, media nazionale, 1,2 t/ha; oggi 12). 3. Gli attuali indirizzi di produzione integrata, ormai affermatisi come strategie di mercato, resisteranno all’offensiva delle produzioni biologiche che vorrebbero riservare a sé attenzioni politiche e incentivi? Sono fondate queste aspirazioni?
Sono fondate quando si considerano le motivazioni che le animano. Mirano, infatti, a un’agricoltura più soffice e più sostenibile in termini ambientali. Sono però criticabili, in senso costruttivo, per due ordini di ragioni. La prima si rifà a una semplice osservazione: per alcune colture come mais e frumento, e in generale come per tutti i cereali, è impossibile rinunciare all’uso dell’azoto di sintesi. Nel mondo se ne producono quasi 100 milioni di t/anno il suo aumento di sei volte negli ultimi 40 anni è stato determinante per l’incremento delle rese. E’ relativamente più semplice, invece, immaginare agrotecniche frutticole che riducono anche drasticamente l’apporto della concimazione minerale. Questo, tuttavia, imporrebbe scelte organizzative dove il riciclo della fertilità dei suoli è mediato dalla zootecnia, condizione che nelle aree frutticole intensive è poco praticabile, se non a costo di rivoluzioni agrotecniche radicali. Vale in questo ambito il criterio dell’analisi caso per caso: ogni coltura e, soprattutto, ogni sistema agricolo territoriale deve trovare il suo approccio al biologico che, per esempio, potrebbe anche andare oltre il biologico stesso, ove proponesse lotte integrate alle avversità basate solo su interventi di biologia agraria.
4. Non è chiaro a quali concetti ci si debba riferire nel tentativo di andare oltre le forme di produzione integrata avvicinandosi a quelle biologiche.

Si può iniziare con una constatazione: l’agricoltura europea emette troppi gas serra, consuma troppo carburante fossile, in parte utilizza risorse naturali non rinnovabili. In questo senso il sistema ha ovvi limiti e necessita, perciò, di riforme: non può più basarsi solo sulla petrolchimica e sulla meccanizzazione. Alcuni scienziati degli Stati Uniti hanno sviluppato, a cura del loro Consiglio Nazionale delle Ricerche, un documento rivolto allo sviluppo in questo secolo di sistemi agro-colturali sostenibili, definendo due diversi approcci. Il primo, incrementale, corrisponde a fare meglio quello che già si fa: efficientare l’uso dell’acqua e dei fertilizzanti; adottare agricolture di precisione; ritornare all’uso del letame e del sovescio; adottare forme di lotta integrata “soffice” agli insetti, incluso il loro controllo biologico; gestire meglio i reflui; diversificare l’azienda; reintrodurre le rotazioni e i sistemi a ridotta aratura; ecc. Il secondo – indicato come trasformativo – propone un approccio multidisciplinare al sistema agricolo: sinergie, efficienze, capacità di ripresa degli ecosistemi disturbati; richiama l’attenzione sull’interazione tra fattori agricoli a livello biofisico, sociale ed economico; sostiene l’uso di sistemi organici a basso input, come pascolamento a rotazione, perennialismo anche nei cereali, nuove produzioni (es. “biofuel”), controllo dei “run-off”, gestione cooperativa delle acque a livello comprensoriale; in generale, invita allo studio della complessità degli agro-ecosistemi: rotazioni complesse, integrazioni tra produzione animale e vegetale, flessibilità nel controllo di infestanti, insetti e malattie. Gli approcci di primo e secondo tipo sono difficili da adottare; ritengo, però, necessario almeno esplorarli nella coscienza che vadano verificati a partire da un vincolo: che garantiscano una produttività pari a quella attuale. Ho anche l’impressione che per poterli mettere in atto serva modificare, contestualmente, le diete umane per renderle meno dipendenti dal consumo di proteine animali.
5. La ricerca italiana, penalizzata da decenni per scarsità di fondi, mancanza di strategie e inefficienze organizzative, può oggi competere internazionalmente per guidare la nuova rivoluzione verde?
Quali sono i suoi limiti? Sul fronte delle risorse disponibili devo essere negativo: non sono sufficienti per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento futuro di derrate agricole. Insieme al problema della richiesta energetica derivante dall’esaurimento possibile del petrolio, e alla crisi ambientale riconducibile alle attività antropiche, la cosiddetta “food security” sarà, infatti, centrale alla gestione delle società civili dei prossimi 50 anni. Il Paese, in questo senso, dovrà necessariamente rivedere le sue priorità di ricerca. Riferita ad altri limiti del processo di creazione di conoscenza, si deve far notare l’assenza nel Paese di un coordinamento delle ricerche a sfondo agricolo (per esempio, difesa, genetica, agrotecniche, organizzazioni dei comprensori, ecc.), accentuata dalla cattiva salute dell’Ente nazionale dedicato alla sperimentazione agraria (CRA). Nel passato sono fiorite, contestualmente all’accentuarsi del disagio degli operatori di questo settore conoscitivo, numerose Facoltà di Agraria (oggi Scuole Agricole), Parchi regionali, Enti di sviluppo, Progetti regionali, ecc, tutte iniziative che eventualmente andrebbero censite e valutate prima di continuare a sostenerle con risorse in diminuzione. Se le risorse fossero, almeno a un certo livello, disponibili, è certo che la comunità scientifica nazionale saprebbe competere dignitosamente in settori come la genomica delle piante da frutto, la loro difesa, la chimica agraria fine che introduce alla metabolomica, il miglioramento genetico assistito, le agro-tecniche frutticole.
6. Quali sono gli obiettivi del miglioramento genetico, realizzabili a breve e nel medo periodo, nel settore frutticolo? Quali percorsi tecnologici possono servire: l’esplorazione genetica dell’antico germoplasma? La selezione genetica precoce con marcatori molecolari? Le biotecnologie dure, compresi gli OGM? Le nuove applicazioni microbiologiche, biochimiche, biosintetiche che possono drasticamente migliorare gli attuali metodi di coltivazione?
Gli obiettivi rimangono quelli di sempre: resistenze genetiche, sicurezza nella capacità di produrre anche nel futuro, qualità anche salutistica dei prodotti, standard commerciali, attenzione all’ambiente. Essi dovrebbero, però, essere coniugati in modo diverso: per esempio, è possibile che il miglioramento genetico dei fruttiferi vada oltre il biologico e proponga varietà immuni alle malattie? Sembra una utopia: esistono invece indicazioni che queste nuove varietà potrebbero essere ottenute e che rappresenterebbero un contributo significativo a nuovi ed ecologicamente più rispettosi sistemi agricoli. Quanto ai metodi da utilizzare non ho particolari preferenze: tutti sono utili – o necessari – per arrivare ad un prodotto innovativo in tutti i sensi, incluse le sue valenze ambientali e sociali. E’ difficile in un’intervista essere esaurienti nella descrizione dei metodi di base utilizzabili dalla biologia agraria moderna. Basti ricordare i contributi della decodificazione dei genomi allo sviluppo di nuove varietà di fruttiferi: nuovi marcatori molecolari per le regioni critiche dei cromosomi; numero e descrizione dei geni per la resistenza alle malattie; variabilità molecolare estratta da specie selvatiche; mappe aplotipiche arricchite da precise fenotipizzazioni; associazioni gene-carattere; precisa mappatura dei geni che contribuiscono al complesso metabolomico e quindi alla qualità del prodotto; decodificazione delle reti ormonali che regolano, per esempio, la maturazione dei frutti; gerarchie dei fattori trascrizionali che controllano l’espressione dei geni utili; mappe dei siti che ospitano i micro-RNA, vettori di informazioni gerarchiche che regolano batterie di geni coordinati nello sviluppo degli organi vegetali. L’elenco potrebbe essere più lungo: anche così rappresenta una introduzione agli aspetti applicativi della disciplina ricordata.
7. Le politiche governative, incluse quelle europee, hanno accantonato i metodi di ricerca e coltivazione di piante OGM. Hanno privato l’Italia dell’opportunità di sviluppare varietà adatte alle condizioni del Paese, non surrogabili con i prodotti delle multinazionali?
Posso rispondere affermativamente, ma non sono sicuro che la mia posizione possa essere riferita direttamente alle varietà di piante da frutto. Certo che in questo settore la disponibilità di metodi cisgeneci faciliterebbe la modifica di varietà tradizionali, rendendole resistenti ad insetti e microrganismi dannosi. E’ però anche evidente che in frutticoltura si possono elencare sulle dita di una mano i trovati biotecnologici risolutivi di particolari problemi. La mia opinione è che ogni possibilità di intervento genetico debba essere sfruttata (intendo: convenzionale, assistito da marcatori, transgenico), analizzando severamente i costi-benefici delle varietà costituite. Provo a precisare: se si potesse creare una varietà di mele i cui frutti hanno una funzione protettiva contro l’insorgenza di tumori, non vedo perché un comitato anche molto severo verso l’uso di piante OGM possa negarne la coltivazione.
8. Cosa pensa del nostro sistema mediatico che crea falsi sillogismi come gli OGM distruggono la biodiversità; sono incompatibili con l’agricoltura biologica; non salvaguardano i prodotti made in Italy; sono un rischio per l’ambiente e sovvertono la naturale evoluzione delle specie e dell’ambiente naturale?
Non mi meraviglio dei sillogismi. Semplicemente considero che l’acronimo OGM è entrato a far parte dell’arsenale mediatico indirizzato alla discussione politica e che va anche oltre: essere contro o a favore non identifica con precisione la condizione di conoscenza della natura del prodotto considerato. Rappresenta, invece, un’affermazione di appartenenza a una data posizione politica o a una cerchia intellettuale precisa, o di chi vive, giustamente, la protezione della natura come credo salvifico del Pianeta (magari evitando una fredda analisi dei costi-benefici di qualsiasi nuovo ritrovato).
9. Ritiene che con l’attuale sistema di brevettazione le multinazionali si siano create delle posizioni mercantili (anche a prescindere dagli OGM) e che come risultato l’Europa è giustificata a limitare le colture e i prodotti OGM?
Sull’argomento si consideri la posizione della Coldiretti che, come nell’implicita risposta contenuta nella domanda, vede il segno di una realtà possibile. A questa motivazione se ne aggiunge una seconda, sempre di matrice economica, che vedrebbe favoriti i cibi e i prodotti italiani quando, come ora, è nota la posizione nazionale contraria agli OGM. Sul tema, tuttavia, le posizioni rigide contribuiscono solo a radicalizzare i dissensi, siano essi commerciali, politici o di costume. Faccio qui un esempio: la partecipazione degli Stati Uniti all’Expo 2015 non è per niente assicurata, così come quella delle multinazionali che propongono varietà OGM di piante agrarie di larga coltura. E’, questo, un effetto giudicabile come negativo, generato dalla forte contrapposizione nazionale sulla questione OGM.
10. Come tutelare i diritti dei Paesi detentori di patrimonio genetico diffuso e rilevante per le economie locali (specie, raccolti, prodotti mercantili)?
Dubito che questi diritti possano essere facilmente difesi. La ragione è che le piante agrarie hanno una storia d’uso che dura da millenni. In questa situazione è difficile accertare che nello sviluppo di un prodotto il merito principale vada attribuito a un certo Paese o regione. E’ vero che esistono casi molto particolari, eventualmente da proteggere nei confronti di possibili profittatori. E’ altrettanto vero che, nel caso della frutticoltura, fino a tempi a noi vicini le varietà circolavano quasi liberamente. Quanto poi gli aborigeni del continente americano siano da riconoscere, per esempio, per avere per primi introdotto la coltivazione del pomodoro e per conservarne le risorse genetiche, è materia discutibile. Le varietà di pomodoro resistenti alla raccolta meccanica sono state sviluppate dai ricercatori americani che hanno ottenuto tipi così particolari da non poter più prescindere dal loro uso nella produzione di concentrati: è evidente la difficoltà di assegnare, in questo e simili casi, un diritto genetico che tenga conto eventualmente del dove e da chi la specie è stata addomesticata ma anche di chi ha sostenuto alcuni passaggi essenziali del miglioramento genetico moderno. E’ il caso della fragola, del pesco e del melo: le tre specie sono state rispettivamente addomesticate in Europa, in Cina e in Russia. Tuttavia, il miglioramento delle varietà che oggi coltiviamo è stato garantito da apporti decisivi dei programmi di miglioramento genetico nordamericani. Anche il sogno, spesso venduto per reale, dell’immenso deposito nazionale di variabilità ortofrutticola da sfruttare, si infrange contro la realtà: quando iniziai la mia carriera universitaria i cataloghi orticoli consistevano di lunghi elenchi di varietà locali. Oggi la consultazione dei cataloghi disponibili sorprende: per la maggioranza delle specie vengono proposti tipi ibridi il cui sviluppo si rifà all’attività internazionale di una rete di ditte e istituzioni pubbliche, dove poco è lasciato a considerazioni del valore dei genotipi originari e del come ad essi assegnare un riconoscimento.
11. Si può ammettere la brevettazione di geni, sequenze, funzioni fisiologiche, scoperte nel mondo vegetale ed animale? È lecito continuare a brevettare, come si è fatto in USA, sequenze o parti del DNA che presiedono alla vita cellulare e alla codificazione di certi caratteri, contrastando i diritti della collettività?
Voglio ricordare che, malgrado da molti sia creduto il contrario, l’istituto del brevetto nacque per l’esigenza di conoscere, metodologicamente, quanto di nuovo era proprio di un prodotto, richiedendone una precisa descrizione a favore di altri produttori che volessero ripeterlo; come concessione si concedeva l’esclusiva d’uso del brevetto per un certo numero di anni. Il brevetto, inoltre, consiste di una riduzione alla pratica di scoperte scientifiche non brevettabili per sé. Per questo ritengo che sia improprio brevettare sequenze geniche, se non accompagnandole con la descrizione di processi che ne permettono l’uso pratico. I diritti della collettività sono materia importante che meriterebbe ben altre interviste (e, di sicuro, altri intervistati): quanto rilevante sia il “public good” rappresentato dai diritti collettivi è intuitivamente noto a tutti i cittadini; quanto questo bene comune sia poi rispettato da ogni singola persona è materia sfuggente (cioè al diritto al “public good” si associa anche un dovere verso lo stesso).
12. Come vede i rapporti fra ricerca pubblica e privata? Nella teoria economica moderna l’incentivazione dei rapporti pubblico-privato è vista favorevolmente. Mi riferisco al concetto di “open by design” che, di fronte all’impossibilità delle grandi compagnie private di affrontare i rischi e gli oneri di ricerche sempre più complesse e multidisciplinari, ricorrono ad altri privati o, spesso, a istituzioni pubbliche per appaltare parti della loro ricerca, senza pretendere di fare tutto in casa. Questo sviluppo delle relazioni industriali di ricerca richiede la necessità che: 1) si crei una contiguità fisica tra aziende e iniziative universitarie o comunque pubbliche, tale da definire un “cluster” di ricerca, un luogo geografico nel quale convergono gli interressi di ricerca pubblica e privata; 2) la ricerca pubblica sia all’altezza delle aspettative private. Non vedo, in Italia, un grande interesse a che le due condizioni si concretizzino: permane la sfiducia verso la ricerca pubblica.
13. Con riferimento ai mezzi per favorire l’applicazione della ricerca (come fa in Trentino l’organismo “Trentino Sviluppo”) e alla nascita di imprese giovanili capaci di mettere in pratica i risultati della propria ricerca (“Trento Rise”) si può affermare che questo modello è valido anche per l’economia nazionale, compresa quella agricola? Come organizzare meglio la trasmissione del sapere e come legarla alle forme di assistenza alle imprese (vedi l’esperienza dello IASMA, di San Michele all’Adige)?
Le due istituzioni citate nella prima parte della domanda rappresentano tentativi che vanno nella direzione corretta. Il paradigma proposto sembra ormai condiviso da responsabili politici nazionali e regionali; gli esiti del processo delineato non sono, per ora, scontati. Vorrei proporre anche la considerazione di forme di intervento che vanno oltre le esperienze industriali, di matrice capitalistica, incluse quelle agro-industriali. Faccio riferimento all’organizzazione agricola trentina espressa nei settori frutticoli e vitivinicoli. Le aziende locali operano in condizioni di alta e continua innovazione tecnica, nonostante abbiano dimensioni micro e siano per il 60% condotte “part-time”. Chi garantisce loro il flusso di progresso tecnologico che di solito l’azienda capitalistica si procura con l’accesso al capitale e alla consulenza? La realtà locale trentina certifica che una efficiente struttura cooperativa, insieme alle associazioni dei produttori, è in grado di garantire agli associati non solo servizi adeguati, ma anche l’innovazione sviluppata e trasferita da un centro pubblico di ricerca e applicazione tecnologica (San Michele, nel caso). Non voglio assegnare al Trentino una medaglia al merito delle politiche di piano; voglio solo ricordare che le vie all’eccellenza tecnica agricola passano anche da esperienze che in parte toccano il sociale e il localismo ben interpretati.
14. Cosa propone per sopperire alla cronica carenza di fondi per la ricerca? E i ricercatori cosa dovrebbero fare?
Non mi viene in mente alcun suggerimento “nuovo” rispetto a quanto già da altri proposto. Comunque, sperare non costa niente: nel caso, nell’intelligenza di chi ci governa. Certo che se dovessi essere il DG del Dipartimento Agricoltura degli Stati Uniti, sosterrei solo dopo una scelta molto accurata progetti di ricerca a sfondo agro-industriale da svolgere in Italia. In questo senso qualcosa dovrebbe essere fatto per migliorare l’attrattività della ricerca agricola nazionale. La seconda parte della domanda potrebbe avere una risposta molto laconica: cambiare tema di ricerca, cambiare professione, cambiare Paese (in ordine di priorità).
15. Come validare la ricerca attraverso parametri di valutazione del merito, del contenuto e dei risultati (es. rapporto costi/benefici, rapporto fra investimenti e rischi ambientali, sanitari)? Come giustificare le clausole di salvaguardia con le quali il Governo può bloccare qualsiasi progetto innovativo?
Non mi voglio dilungare sia sulle valutazioni di progetti sottoposti a scrutinio, sia dei risultati ottenuti nel corso di una ricerca, ma anche dei ricercatori coinvolti: esistono a livello nazionale e internazionale procedure e istituzioni in grado di fornire classifiche e valutazioni sufficientemente oggettive. Purtroppo, esse spesso non sono accettate come stimolo a processi decisionali messi in atto in periferia (per esempio, da singoli Atenei dove prevalgono scelte di ricercatori e professori spesso non conformi con le classifiche nazionali). Per parte sua, nel passato la politica non ha contribuito a migliorare i criteri da adottare per possibili scelte: da noi è stato per me normale osservare che nella scelta di esperti per commissioni e per “panel” scientifici il decisore aveva considerato solo la sua area politica. Questo non ho notato in 20 anni di professione trascorsi in Germania, dove l’appartenenza politica non veniva esibita da ricercatori e professori. Sulla clausole di salvaguardia non ho commenti se non aggiungere, ironicamente, che salvaguardano il “politically correct”.
16. Nell’evoluzione dei sistemi produttivi si può accettare una sorta di egemonia imposta dai mercati? Non è questo un alibi a copertura di interessi economici dominanti o si può ancora sperare che una corretta informazione, la coscienza collettiva, la trasparenza dei processi produttivi e la libertà dei commerci possano incentivare un corretto rapporto fra tutte le parti in causa?
La domanda evoca sistemi economico-sociali complessi. E’ un tema a cui mi trovo impreparato; la mia posizione risente anche del pudore di esprimere opinioni su temi troppo grandi per la mia statura professionale. Posso, comunque, sottoporre al giudizio del Lettore un piccolo contributo. Che qualcosa al mondo stia andando storto è sensazione comune: non a causa delle guerre e guerriglie (pur esistenti); tantomeno del tentativo di diversi Paesi di raggiungere livelli di consumo simili a quelli che si sono già realizzati nel Nord occidentale del Pianeta. Le ragioni della crisi vengono spesso riconosciute nel controllo troppo rilassato delle politiche finanziarie multinazionali e nella adozione, da parte degli Stati, di misure troppo “keynesiane” centrate sul debito pubblico come leva alle politiche economiche espansive. Queste interpretazioni non mi sembrano sufficienti. In realtà, sono presenti a noi tutti, anche se in modo subliminale, le tre crisi che minacciano il futuro del Pianeta: energia, cibo e ambiente. E’ dalla mancata accettazione dell’ineluttabilità di queste evenienze che nasce il disagio, acuito dall’immanenza dell’unica conclusione possibile: sono in crisi i modelli di sviluppo che le comunità umane hanno adottato nell’ultimo secolo. La formulazione della domanda già fa prevedere la possibilità di trovare soluzioni alternative a quelle oggi praticate. Una nota curiosa: da almeno undicimila anni l’agricoltura è stata e rimane centrale alla produzione di cibo ed energia ed ha inciso significativamente sugli ecosistemi naturali. Per questo, nel bene o nel male, ci ritroveremo, più che nel passato, a discutere della sua centralità alle tre crisi citate, recuperandone il ruolo e assegnando rinnovate priorità alla ricerca agraria. Intervista a cura di Silviero Sansavini

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