Mietitrebbia, fulcro delle future filiere

Velocità, autonomia, riduzione delle perdite, salvaguardia dell’integrità del seme raccolto sono stati gli obiettivi predominanti nello sviluppo delle mietitrebbie. Obiettivi questi ritenuti, giustamente, ancora prioritari e ai quali le case costruttrici dedicano ancora molte risorse umane. Il perseguire questi traguardi ha portato a una modificazione del lavoro svolto dal conducente, che è stato progressivamente esautorato dai compiti di guida più banali (perché la macchina li svolge meglio) e chiamato a dedicare la sua attenzione alla gestione del processo di raccolta.

La guida, infatti, è stata enormemente semplificata e resa più efficiente attraverso l’implementazione di una serie di comandi aggregati, soluzione resa possibile dall’evoluzione delle trasmissioni di potenza e della componentistica, in particolare elettronica e idraulica, e di sistemi di guida automatica basati sia su gps e sia sul rilievo diretto di elementi che caratterizzano lo spazio. La mietitrebbia “quasi” si guida da sola e l’operatore può dedicare maggiore attenzione al controllo di processo. Parallelamente, l’avvento dell’agricoltura di precisione (AP) ha ampliato le funzioni della mietitrebbia aprendo nuovi orizzonti di ricerca: alla raccolta del prodotto inizia ad affiancarsi la non meno importante raccolta di informazioni. L’operazione di raccolta offre, infatti, l’opportunità di rendere applicabile nel modo più completo e pervasivo i principi che sottendono all’AP e di aprire nuovi scenari nella gestione dei processi di trasformazione, sia aziendali e sia industriali.

Il futuro della mietitrebbia potrebbe essere quello di diventare un centro di smistamento di dati, un’unità mobile che raccolga, elabori e smisti informazioni. La mietitrebbia è, di fatto, già in grado di compiere almeno in parte tale prezioso servizio; ciò che va sviluppata è la capacità di valorizzare quest’opportunità. Perché ciò accada, le informazioni devono essere strutturate e archiviate in modo idoneo, devono inoltre essere interpretate per tutte le ricadute che possono dare e trasmesse a chi le può valorizzare. Il primo “ricevitore” di tali informazioni è e rimarrà sempre l’azienda agricola, ma il loro uso non può fermarsi agli ambiti claustrofobici del settore primario. La destinazione ultima di queste informazioni non potrà che essere la filiera di prodotto o di comparto perché da queste ne potrebbe trarre efficienza e qualità.

Potremmo immaginare, magari in un mondo parallelo al nostro, l’agricoltore come parte integrante delle filiere: la sua mietitrebbia durante la raccolta della soia trasmette in tempo reale all’azienda mangimistica della filiera “soia-pesce” i dati sulla percentuale di proteine, sulla presenza della proteina SAM22, sul contenuto di isoflavoni e altri trenta parametri qualitativi; il mangimificio interviene chiedendo di differenziare le partite di soia in base a valori soglia, variabili in funzione delle scorte e delle linee di produzione; il conducente della mietitrebbia determina sulla base di questi input la linea di macchine per trasporto e stoccaggio.

 

Le informazioni sulla quantità…

La mietitrebbia è un pennello che passa l’intera superficie produttiva e lo fa nel momento più importante del ciclo produttivo. L’occasione per raccogliere, oltre alle granelle, anche informazioni sulla produzione è quindi molto ghiotta. L’utilità di queste informazioni aumenta enormemente quando sono geo-referenziate, cioè quando, tramite sistemi gps sono collegate a un punto preciso del campo, o meglio, a una specifica superficie. Infatti, la georeferenziazione della produzione offre una grande conoscenza, indispensabile per elaborare le strategie agronomiche più convenienti. Collegare alla superficie produttiva la produzione espressa sia in termini quantitativi, innanzitutto, e sia in termini qualitativi, consente di avere un’informazione fondamentale in base alla quale correggere e modificare l’intero percorso agronomico.

Le informazioni che oggi si possono ottenere riguardano la quantità prodotta, il suo contenuto d’acqua e altri aspetti qualitativi. I primi due parametri sono i dati più economici da ottenere e i più facili da valorizzare. L’umidità permette di determinare la produzione di sostanza secca e fornisce utilissime informazioni per il processo di trasformazione al quale sono destinate. Quando questa informazione è resa disponibile in tempo reale consente di governare meglio il processo di essiccazione o quello di insilamento e adottare strategie di conservazione più opportune. La conoscenza della quantità di sostanza secca prodotta per unità di superficie permette invece di analizzare l’andamento della produttività della coltura e di costruire una mappa della produzione. Quanto più piccola è l’area al quale è riferita l’informazione sul raccolto, tanto maggiore è il valore della stessa. Entro certi limiti, ovviamente. Infatti, aree di qualche decina di metri quadrati forniscono già uno zoom sulla nostra coltura ridondante per precisione se paragonato alla reattività delle macchine che dosano gli input. Le singole informazioni fornite dai sistemi implementati sulle mietitrebbie sono però il risultato di un’analisi statistica complessa su migliaia di singoli valori; ciò consente di ridurre l’errore insito in qualsiasi operazione di rilievo.

 

… e sulla qualità

Le informazioni sulla qualità sono più costose da ottenere e più difficili da valorizzare. Infatti, gli strumenti più affidabili per analizzare in pochi istanti la qualità di un prodotto sono tutti basati su tecnologie Nirs (near infrared spectrograph), oggi indubbiamente affidabili (anche se la loro affidabilità dipende in larga misura dalla qualità delle curve di taratura), ma relativamente costosi. Il costo non è di per sé un problema se tali informazioni riuscissero ad avere una ricaduta sulle filiere di trasformazione del prodotto, e attraverso questa valorizzazione, garantire all’agricoltore prezzi diversificati. Tranne rari casi, filiere in grado di fare ciò ancora non esistono. Anche sul piano agronomico non è facile valorizzare le informazioni sulla qualità, ma è possibile. Con pazienza si possono scovare, almeno per alcune colture, indicazioni su come regolare la concimazione per favorire una determinata composizione del raccolto, quali trattamenti eseguire per evitare che la pianta, per reagire al parassita, modifichi la sua composizione chimica, o confrontare la risposta data dalla varietà rispetto al contenuto proteico o al contenuto di una precisa famiglia di composti.

La scarsa “attenzione” nei confronti delle strategie agronomiche idonee a migliorare la qualità di cereali e oleo-proteaginose è da imputare soprattutto alla mancanza di filiere in grado di premiare la qualità del prodotto finale. I dispositivi per fare tutto ciò sono disponibili da anni. Ciò che ci si attende è il continuo miglioramento sulla precisione degli strumenti, sulla facilità della loro taratura, sulla logica di archiviazione e semplicità di utilizzo.

Applicare metodi di AP sulla mietitrebbia dà un senso compiuto alle tecnologie ora disponibili per svolgere tutte le altre operazioni. In particolare, seminatrici, irroratrici e spandiconcime sono attrezzature che dispongono già di strumenti atti a modificare il rateo, ossia la dose distribuita, in funzione di mappe di distribuzione.

Il buon agricoltore ha sempre cercato attraverso una contabilità dei pesi dei rimorchi, di valutare la produzione dei diversi appezzamenti della sua azienda con lo scopo di individuare le condizioni (campo, input, varietà) che hanno fornito le migliori performance. Nei seminativi però le variabili sono molte e a queste si uniscono le condizioni meteorologiche che aggiungono ulteriore incertezza. Poter usare un metro d’indagine più fine aiuta a isolare le condizioni estreme che influenzano il dato medio (in positivo o in negativo) migliorando la percezione sugli effetti indotti dalle condizioni modificabili.

I risultati si ottengono nel tempo attraverso il confronto non solo fra le produzioni assolute ottenute negli anni, ma soprattutto fra i rapporti di produzione fra le aree più produttive e quelle meno produttive. Con l’applicazione di semplici modelli già uno storico di tre anni inizia a fornire dati molto interessanti perché consente di valutare le potenzialità produttive delle diverse aree e verificare quali modifiche sortiscono i migliori effetti.

Le mietitrebbie già oggi sono in grado di raccogliere una messe di dati; ora bisogna imparare a valorizzarli. Il futuro, anche nei seminativi, sta nella raccolta e gestione dell’informazione e la mietitrebbia può diventare il fulcro di questo processo, stimolo per sviluppare filiere basate sulla conoscenza del prodotto.

Lorenzo Benvenuti

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