Il pioniere del conservativo punta su strip till e digestato

NÓVA AGRICOLTURA

La Terratech di Ravenna ha sposato i sistemi di lavorazione sostenibile


Roberto Bartolini
Terratech

«Il primo obiettivo che l’agricoltore deve perseguire sui propri appezzamenti è ripristinare al più presto un equilibrio biologico e sostenibile del terreno: portanza e stabilità degli aggregati sono il presupposto indispensabile per produrre. Anni e anni di applicazione continua di tecniche invasive, con il rovesciamento della fetta di terreno e l’interramento dei residui colturali abbinate all’uso indiscriminato di attrezzi mossi dalla presa di forza del trattore per l’affinamento in più passaggi del letto di semina, hanno ridotto al lumicino la fertilità fisica dei nostri terreni, che oggi hanno un tenore di sostanza organica ormai ridotto al lumicino. Siamo di fronte a una vera e propria emergenza nazionale, alla quale possiamo però porre rimedio ripensando ai sistemi di lavorazione e adottando finalmente tecniche sostenibili che non ci fanno perdere in produttività». È davvero un piacere ascoltare queste parole illuminate di Andrea Ridolfi, direttore di Terratech di Ravenna, cooperativa agricola di servizi agromeccanici con oltre 300 soci e più di 4.000 ettari raccolti ogni anno, che è impegnato da anni nel cercare di risolvere un problema che la maggior parte degli agricoltori purtroppo continua a sottovalutare.

1997, si parte con il sodo sui cereali

Ridolfi è un pioniere entusiasta delle tecniche di gestione conservativa del terreno e nel 1997 ha iniziato ad applicare la semina su sodo ai cereali vernini e alla bietola. «Nei primi anni devo ammettere che le cose non sempre andavano bene – dice Ridolfi – perché a volte si entrava con la semina diretta su terreni compattati o non perfettamente in tempera, ma per fortuna la John Deere 750 A è una seminatrice da sodo che si “autolimita” e lancia segnali importanti all’operatore, dal momento che nelle situazioni peggiori di umidità non riesce a procedere. Per eseguire bene il sodo e limitare gli inconvenienti occorre tanta attenzione e molta pratica e così, dopo i primi anni che ci sono serviti proprio per fare esperienza, i vantaggi del sodo sono apparsi in maniera molto chiara, tant’è che oltre su sorgo, frumento, bietola abbiamo diffuso la tecnica con molto successo anche sulla medica, quando si rompe l’impianto e si semina frumento. In questa situazione è davvero un delitto pensare di lavorare il terreno, dal momento che dopo 4 o 5 anni grazie al medicaio si è strutturato come meglio non si potrebbe e quindi ha raggiunto un ottimo equilibrio fisico tra gli aggregati».
Su quanti ettari si è esteso il sodo nella vostra area operativa? «Nel 2002 siamo arrivati all’ettarato record di circa 800 ettari, ma proprio in quell’anno una piovosità eccezionale ha limitato fortemente questa tecnica che oggi è estesa su circa 400 ettari, per lo più occupati da frumento, sorgo, mais, girasole da seme e medica. Per quanto riguarda il sodo il suo limite sta nell’andamento climatico: se infatti si verifica una pioggia di 30-40 mm entro 48 ore dalla semina, il seme non nasce più. Quindi per fare sodo è sempre una buona regola guardare attentamente le previsioni meteo e comunque cercare di anticipare l’epoca di semina».

Il successo della semina combinata

Oltre al sodo avete introdotto altre tecniche conservative al posto dell’aratura tradizionale? «Certamente sì, è un nostro obiettivo ben preciso: sulle colture invernali, oltre alla semina diretta, applichiamo con successo la semina combinata attiva con Amazone AD-P, dotata di un erpice che monta una serie di organi di lavoro che per forma e inclinazione evitano sia gli intasamenti, assai frequenti con altre attrezzature in presenza di abbondante residuo colturale, sia la formazione di crosta. Inoltre, il residuo colturale viene incorporato perfettamente e uniformemente lungo tutto lo strato lavorato. Si può seminare anche su terreno grossolano e umido quando è refrattario ad altri interventi. Un ulteriore progresso l’abbiamo raggiunto con l’Amazone Cirrus, una combinata cosiddetta passiva, con organi di lavorazione del terreno che non sono attaccati alla pto del trattore. Con queste macchine seminiamo ogni anno oltre 1.000 ettari di cereali vernini».

Strip till per le semine di primavera

E per le semine primaverili? «Il problema da risolvere è proprio questo perché su mais, sorgo e girasole il sodo non si presta: le seminatrici da sodo sono pesanti, in primavera piove spesso e quindi ci vuole altro. Riteniamo di aver individuato una possibile soluzione con la tecnica dello strip till che applicheremo sui secondi raccolti nel 2013 ed estenderemo su ampia superficie alle semine della primavera 2014».
Quali attrezzature avete individuato per lo strip till? «La macchina costruita da Ma-ag, dal momento che di questa ditta abbiamo già il subsoiler che da tre anni ci sta dando grandi soddisfazioni. L’aspetto costruttivo che noi riteniamo importante è l’adozione sulla attrezzatura per lo strip till così come sul subsoiler delle ancore chiamate “michel”, che hanno la particolarità di non rimescolare il terreno e di non produrre zollosità, fattore determinante sui terreni argillosi e limosi della nostra regione. Con questa tecnica nel primo passaggio lavoriamo una fascia di terreno larga 20 cm alla profondità di 15-20 cm e con il secondo passaggio eseguiamo la semina gestita dal gps per avere la massima precisione sulle fasce. La presenza su una parte della superficie della copertura rappresentata dal residuo della coltura precedente, comporta una serie di vantaggi quali maggiore permeabilità, incremento di disponibilità idrica e di sostanza organica, riduzione di CO2 rilasciata, maggiore portanza del terreno, riduzione dei tempi e dei costi delle lavorazioni. Rispetto all’aratura convenzionale, con lo strip till si consuma il 79% in meno di gasolio».

Digestato in copertura nel’interfila

Un’altra novità che Terrratech lancia quest’anno è un cantiere appositamente progettato per la distribuzione in copertura e interfilare del digestato proveniente dagli impianti di biogas. «A parte la distribuzione del digestato per aspersione, che vanifica l’efficienza fertilizzante causando danni all’ambiente, dice Ridolfi, sino a oggi l’interramento del digestato veniva effettuato soprattutto con i carri botte e con le grandi macchine semoventi, che tuttavia manifestano parecchi limiti, tra i quali l’impossibilità di operare in campo con colture in vegetazione. Per questo in collaborazione con la ditta Mazzotti abbiamo ideato il cantiere Hi-Crop Gator, costituito da Ibis 6500 modificato, una sorta di portattrezzi con elevata luce libera da terra nato e concepito per operare lungo le interfile della coltura in atto.

HiCropGator abbinato a interratore o a calata

A questa macchina possono venire abbinate una serie di attrezzature per la distribuzione del digestato, come ad esempio: un interratore interfilare a 6 file per distribuzione in copertura su mais alto fino a 90 cm, un distributore a calate che, con pneumatici stretti (390/90R54) può operare nell’interfila con mais alto fino a 160 cm o un distributore a falcioni Bomech. Il cantiere in copertura su mais con interfila a 75 cm distribuisce un volume di 20-25 mc/ha con un’autonomia di lavoro del serbatoio da 7 mc da 500 a 600 metri lineari, con una velocità di lavoro di circa 10 km/ora. Il tempo previsto per un ciclo di carico/scarico è di circa 15 minuti. La produttività prevista in volume è di 25-30 mc/ora oppure 240-300 mc/giorno e la superficie trattata è pari a 12-15 ha/giorno. Quest’anno faremo esordire questo primo cantiere e credo che avrà successo, dal momento che il numero di impianti di biogas in funzione nella nostra zona è in aumento e il problema dello smaltimento del digestato sta assillando gli agricoltori. Con questa soluzione prevediamo di risolvere almeno i periodi più critici quando le vasche di raccolta del digestato raggiungono il livello di guardia».

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