Gestione. Duemila capi in Calabria? Si fa così

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Agricola Fratelli Nola di Castrovillari (Cs): i segreti di un allevamento di un’altra categoria per dimensioni, management e innovazione


Giuseppe F. Sportelli, Informatore Zootecnico
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Il chiodo fisso di una gestione quanto più moderna possibile della mandria, più in linea più con lo stile innovativo della grande farm americana che con il basso profilo della masseria meridionale. È con questa motivazione che Gaetano Nola, «allevatore di professione», ha saputo costruire, insieme al fratello Giuseppe, un allevamento di vacche da latte della razza Frisona italiana che non ha confronti con nessun altro nel Mezzogiorno per numeri (1.980 capi, di cui 749 vacche in lattazione, più manze, vitelle, vitelli e vitelloni) e per management aziendale.

 

Ma le origini dell’allevamento dell’Agricola F.lli Nola, di Castrovillari (Cs), risalgono ai viaggi compiuti da Gaetano Nola negli anni ’60 negli Stati Uniti e nel Canada, lunghe escursioni fra Texas, Wisconsin, Vermont, Idaho, Ontario e Québec, per carpire i segreti della grande zootecnia d’oltreoceano e individuare 150 giovenche di Frisona canadese da trapiantare nel 1969 in Calabria per farle diventare le capostipiti di una stalla degna dei migliori allevamenti americani. Le prospettive e il futuro dell’allevamento, oggi, sono riposte in Camillo, figlio di Gaetano, Luigi e Federico, figli di Giuseppe, e nella loro capacità di portare avanti l’opera intrapresa dai loro padri.

Ottimizzare gli spazi

 

«Abbandonammo la razza Rendena, grande amore di nostro padre, con il quale andavo ad acquistare le giovenche a Pinzolo, perché non ci garantiva la produttività per capo e di stalla alla quale ambivamo. Ragion per cui scegliemmo la Frisona, la razza bovina che produce più latte al mondo, le cui esponenti canadesi si ambientarono alla perfezione nella piana di Sibari. Le accogliemmo in una stalla fatta su misura per ospitare grandi numeri e destinata a crescere, ricca di strutture moderne, a stabulazione libera con cuccette per le vacche e sala mungitura a spina di pesce da 13+13 poste. Nel 2000 l’azienda contava 1.000 capi e 350 vacche in lattazione, produceva latte di alta qualità e annoverava l’ingrasso di 250 vitelloni: un successo incredibile per questo territorio, ma reso possibile grazie alla introduzione di mais da insilare, irrigato prima con i rotoloni, poi con i pivot, adesso anche con la manichetta».

 

Poteva anche bastare per un allevatore qualsiasi, ma non per Gaetano. Con l’assillo di ottimizzare gli spazi, senza per forza aumentarli, e realizzare economie di scala, migliorò l’organizzazione della stalla puntando con decisione sul massimo rispetto del benessere animale. «Lo spazio inutilizzato diventa un costo eccessivo, bisogna dimensionare bene tutto. Abbiamo eliminato la troppo ampia zona di esercizio, dove le vacche andavano in decubito sporcandosi, e inserito due lunghe pensiline. Così abbiamo formato tre zone di riposo più ridotte, con le vacche poste groppa a groppa, e raddoppiato il numero delle cuccette, rese più adeguate e confortevoli, e di conseguenza quello delle vacche in lattazione. Non abbiamo tralasciato di rinnovare la sala mungitura, ora semiautomatica a pettine da 24+24 poste».

La computerizzazione

 

Passi complementari sono stati l’aumento della produzione di latte per vacca a 29-30 litri al giorno e il mantenimento della persistenza di lattazione intorno a quella resa.

 

Obiettivi raggiunti, spiega Luigi, mediante una gestione ottimale della fertilità, un’oculata organizzazione della mandria e il rinnovamento dell’alimentazione, computerizzata e calibrata in base alla produzione della singola vacca. «Controlliamo le vacche con periodiche visite ginecologiche e misuriamo, mediante l’attivometro, l’attività di camminamento delle bovine, in modo da individuare automaticamente anche i calori silenti. Così riusciamo a sincronizzare i parti, 60-70 o più al mese, e organizziamo la stalla suddividendo le vacche in gruppi di 80-100 capi: tecnica innovativa e molto utile nella gestione dell’alimentazione. Prima spostavamo le vacche da un gruppo più produttivo a uno meno; ma lo spostamento continuo si è rivelato troppo stressante per gli animali, con cali di produzione, sicché abbiamo deciso di tenere fermi i gruppi e cambiare periodicamente la razione in base ai giorni di lattazione del gruppo».

L’alimentazione

 

L’innovazione in campo alimentare, aggiunge Gaetano, ha mirato a rendere più efficiente la trasformazione degli alimenti in latte e ridurre il costo dell’alimentazione, in particolare diminuendo l’apporto di concentrati. «Cerchiamo di acquistare la minore quantità possibile di concentrati, non solo ottimizzandone i consumi ma anche producendo foraggi di alta qualità. Ma, pur risparmiando concentrato, curiamo con estrema attenzione che quello utilizzato in stalla sia di ottima qualità. Non ci ha mai interessato né rivolgerci a mangimifici locali né, tanto meno, praticare il “fai da te” comprando materie prime e preparando in azienda le miscele, sia per il costo da sostenere, sia per l’assenza di economie di scala, sia per la mancanza di qualità certificata del mangime che adotteremmo. Per soddisfare le esigenze di un’azienda così grande da anni ci affidiamo alla Cargill, ditta mangimistica capace di garantirci la tecnologia alimentare e igienico-sanitaria dei mangimi e in ogni momento l’assistenza tecnica necessaria».

 

Già nel 2000 l’alimentazione, corrispondendo al 55-60% del costo totale dell’allevamento, «esigeva, più di altri fattori produttivi, di essere meglio governata. Prima quella delle vacche in lattazione poggiava su tre capisaldi: fieno di medica e loietto, insilato di mais e concentrato disponibile sul mercato. Poi abbiamo abbandonato i fieni perché più soggetti a muffe e preferito i foraggi insilati, dotati di maggiore valore nutritivo. All’insilato di mais abbiamo aggiunto quello di triticale. Ogni anno coltiviamo sulla stessa superficie in successione mais, come coltura primaverile-estiva, e triticale, a ciclo autunno-vernino, ricavando da un ettaro più di 1.000 quintali di massa verde, cioè 700 di mais e 350-400 di triticale».

 

Per ogni gruppo di vacche che hanno partorito più o meno nello stesso periodo, in un intervallo massimo di 60 giorni, la razione giornaliera unifeed somministrata con il carro miscelatore viene modificata man mano che passano le settimane: la base foraggera di insilati rimane uguale, diminuisce invece la quota di concentrati, sottolinea Matteo Salcuni, agronomo Cargill che cura in azienda l’assistenza tecnica sull’alimentazione.

 

«Ogni 30 giorni riduciamo di un kg la quantità di concentrato. In stalla numerose vacche producono, a 285 giorni di lattazione, 30 litri di latte con appena 10 kg di concentrato, quindi con una resa di tre kg di latte per ogni kg di concentrato. Inoltre differenziamo l’apporto di insilati a seconda della stagione: durante l’inverno privilegiamo l’insilato di mais, 25 kg contro 8-9 kg di triticale, poiché è ricco di amido e costituisce un’ottima base energetica per produrre latte, in estate preferiamo l’insilato di triticale, 25 kg contro 10 kg di mais, perché il triticale è costituito da fibra facilmente digeribile, ottima in un periodo in cui i batteri cellulositici presenti nel rumine della vacca sono in stress e non garantiscono una buona digestione».

Gli autoalimentatori

 

Ma i Nola curano a tal punto l’alimentazione da individualizzarla attraverso la tecnologia degli autoalimentatori, particolari mangiatoie nelle quali il mangime cade già regolato dal computer nel tempo e nella quantità. «Calibriamo l’apporto di concentrato in base alla produzione individuale di latte di ogni vacca, riconosciuta dal transponder che ha intorno al collo – spiega Federico – . Subito dopo il parto le vacche hanno capacità ingestiva più bassa, per cui assumono meno insilati e più concentrato, poi i rapporti pian piano si invertono. Quando la bovina si avvicina all’autoalimentatore il transponder fa scattare il computer che provoca la caduta del mangime. E se la bovina si avvicina prima del tempo non riceve mangime».

 

Per ridurre l’apporto di concentrati è indispensabile contare su foraggi di alta qualità, evidenzia Gaetano. «Il periodo migliore per tagliare il triticale è tra la fase di botticella e la fioritura, quando la pianta presenta fibra facilmente digeribile da parte dell’animale e poca lignina, la cui digestione, se eccessiva, sviluppa in estate, quando fa già molto caldo, calore extraruminale causa di forte stress. Invece il mais lo tagliamo a maturazione cerosa, a 110-120 giorni dalla semina, che facciamo possibilmente entro maggio. Per entrambi gli insilati determiniamo prima la sostanza secca e, poi, in base al suo valore effettivo, la quantità da somministrare. Infine, oltre a conoscere la composizione chimica dell’unifeed, ne valutiamo anche la struttura fisica utilizzando un separatore meccanico (Penn state separator) di tre frazioni (A: >19 mm, B: 0,8-19 mm, C: <19 mm): affinché essa sia ottimale occorre che A sia inferiore al 10%, B pari al 40% e C al 50%».

Le manze e le asciutte

 

L’attenzione che i Nola riservano all’alimentazione non riguarda solo le vacche in lattazione, conclude Gaetano. «Per le manze prepariamo una razione unifeed a base di insilato di mais e fieno di loietto, ottimo per favorire la ginnastica funzionale del rumine in formazione, più un concentrato proteico e minerale per favorire l’armonico sviluppo dell’animale».

 

Alle vacche in asciutta, «oltre a concentrati specifici, non facciamo mancare il fieno di avena, utile per mantenere ben disteso il rumine, evitare che l’utero in crescita prenda troppo spazio e impedire, essendo povero di potassio, casi di collasso puerperale. Eventi del genere o altri che si possono verificare dopo il parto, come la ritenzione della placenta, la chetosi e la dislocazione dell’abomaso, causa di grosse perdite di produzione di latte e persino dell’eliminazione precoce del soggetto, sono pressoché assenti nel nostro allevamento. Peraltro ogni mese su almeno 30-40 vacche, prima che vadano in asciutta, effettuiamo prelievi di sangue che inviamo all’Istituto zooprofilattico di Brescia per conoscere il loro stato di salute e attuare la prevenzione di eventuali malattie infettive».

 

Sulle manze e sulle vacche questo allevamento ha utilizzato sempre la fecondazione artificiale, seguendo, puntualizza Luigi Nola, i piani di accoppiamento dell’Anafi con seme di tori di alta genealogia. «Solo da qualche tempo usiamo seme sessato, perché prima costava molto e proveniva da tori non di buona qualità genetica; lo adottiamo per le manze, sulle quali basta una sola applicazione, e non sulle vacche. Facciamo anche ricorso a tori genomici. Disponiamo anche di un centinaio di vitelle frutto di incrocio fra Frisona e Rossa norvegese, razza che assicura gli stessi quintali di latte di una buona Frisona, per valutare se il vigore dell’F1 derivante dall’incrocio assicuri maggiore longevità e resistenza alle malattie. La scelta dell’incrocio deriva dalla consapevolezza che i tori utilizzati sono sempre diversi, sì, ma non tantissimi, per cui possono sempre emergere problemi di consanguineità; un giorno le vacche ibride potrebbero diventare il perno della stalla».

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