Biogas: Dai reflui di due allevamenti un ottimo digestato “fertilizzante”

BIOGAS

Dopo il passaggio nel separatore solidoliquido, la parte liquida passa attraverso un flottatore e inizia il processo di nitro/de nitro


Elena Gherardi, Bioenergie e Agricoltura
digestore

La società agricola Agrifoglio è un’interessante realtà imprenditoriale: una dimensionata azienda agricola di Castelvetro Piacentino, nella località Isolone il cui nome è indicativo della sua ubicazione, con i terreni che si estendono per 250 ettari nell’ultimo lembo di pianura piacentina lungo le rive del fiume Po e protesa verso la vicina Lombardia. Proprietario è l’agronomo Michele Rossi, eclettico imprenditore che segue personalmente la gestione dell’azienda dall’89.

L’azienda rappresenta una particolare accezione del concetto di multifunzionalità per il modo in cui ha saputo differenziare i settori produttivi, non ultimo l’impianto di biogas che dopo due anni di lavori è ormai prossimo all’avvio.

L’azienda

La particolare organizzazione aziendale balza all’occhio entrando in corte: due allevamenti, non molto distanti tra loro, uno suinicolo l’altro bovino e, tra i due insediamenti, l’impianto di biogas.

«Abbiamo un allevamento di suini da ingrasso – spiega Rossi – sono circa 1.800 per ciclo produttivo con cicli di 210 giorni intervallati dal vuoto sanitario. Alleviamo i suini da 25-30 kg sino a 160 kg con contratto di soccida in qualità di soccidari».

«Questa non è un’azienda prettamente suinicola. Oltre al contratto di soccida per i suini ne abbiamo attivo un altro, sempre con lo stesso gruppo industriale, per i bovini da carne: alleviamo maschi da ingrasso di razza Cherollais e Limousine con cicli tutto pieno tutto vuoto come per i suini. Ritengo che differenziare gli orientamenti produttivi possa essere una strategia per calmierare i rischi dei singoli comparti. Una parte importante dell’azienda riguarda, poi, le produzioni vegetali. Il nostro piano prevede colture industriali, foraggere utilizzate in allevamento e nell’impianto di biogas e oleaginose. L’irrigazione con impianti pivot ci consente di realizzare il secondo raccolto portando, di fatto, complessivamente a circa 330 gli ettari coltivati nell’annata agraria. Non ultimo, abbiamo deciso di investire nelle energie rinnovabili valorizzando i prodotti aziendali e i sottoprodotti dell’allevamento e realizzando un impianto da biogas da 1 MW di potenza».

Abbattimento azoto

Si tratta di un impianto che evidenzia delle particolarità sin dal primo colpo d’occhio: due digestori collegati al gasometro, una serie di tubazioni in acciaio inox che danno l’impressione di efficienza e tecnologia e, a valle di tutto l’impianto, un processo di nitro/de nitro per l’abbattimento dell’azoto.

L’impianto, che a lavori ultimati costerà tra i 5 e i 6 milioni di euro, è collocato tra le due stalle nei pressi di quattro trincee per le biomasse. La vasca di carico raccoglie i liquami provenienti da entrambi gli allevamenti cui si aggiungono le biomasse triturate da due grandi coclee. I dotti d’acciaio inox sono caratteristici di quest’impianto che nei due digestori non vede i consueti agitatori, ma utilizza meccanismi di piping con pompe esterne e ugelli per la miscelazione della biomassa che è iniettata attraverso questi creando la movimentazione nei serbatoi. I digestori sono a loro volta collegati al gasometro da cui parte un collegamento via tubo a un separatore solido-liquido che permette di recuperare la parte solida palabile come buon ammendante organico, mentre la parte liquida passa attraverso un flottatore e inizia il processo di nitro/de nitro in una vasca ellittica divisa in tre settori per ridurre la quantità di azoto.

Il digestato, opportunamente trattato, è un ottimo fertilizzante e, recentemente, il decreto sviluppo ha recepito le istanze degli agricoltori equiparandolo ai concimi chimici e agevolandone il riutilizzo anche da parte delle aziende come questa che operano in zona vulnerabile ai nitrati (vedi BA allegato a TV 47/12). «Se questa norma fosse stata approvata un anno fa – sottolinea Rossi – avremmo potuto evitare il sovradimensionamento delle vasche progettate per trattare tutto il digestato come refluo zootecnico, con le conseguenti maggiori spese, ma è comunque positivo che si sia riconosciuta la reale valenza del sottoprodotto».

La gestione aziendale

Va precisato che la soccida è un tipo di contratto agrario associativo utilizzato per gli allevamenti zootecnici: il soccidante fornisce il bestiame, una quota prevalente dell’alimentazione e l’assistenza tecnico-veterinaria, mentre il soccidario mette a disposizione strutture, mano d’opera, energia e parte dell’alimentazione.

Il nostro ciclo d’ingrasso è basato su razioni crescenti a composizione variabile di mangime, siero di latte e acqua. Inizialmente viene usata più acqua, mentre il siero si inserisce dopo e in quantità crescente assieme al mangime. Solitamente sono previste due pesate di controllo per ciascun ciclo produttivo».

«Questa formula contrattuale – spiega Rossi – è congeniale per un’azienda come la nostra che ha più indirizzi produttivi, anche se in un certo senso ci impedisce di vivere a pieno la realtà allevatoriale, dato che non ci occupiamo di collocare il prodotto sul mercato, ma è il soccidante, che a inizio ciclo fornisce i suini dalle sue scrofaie a ciclo chiuso e a fine ciclo si fa carico di trasformarli.

Dal punto di vista meramente imprenditoriale, tuttavia, in questi ultimi cinque anni la scelta di allevare con contratto di soccida non si è rivelata perdente, anzi, non consente di spuntare il prezzo migliore, ma è una modalità prudente che permette di poter gestire i rapporti di filiera con una certa tranquillità: il contratto, infatti, prevede la ripartizione degli utili in funzione dell’accrescimento dei capi».

Infine l’allevamento è iscritto a Ipq (Istituto Parma Qualità) e va ad alimentare sia la produzione del prosciutto di Parma, sia quella del San Daniele. Si tratta di suini di razza Golan.

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