Biotrattamento dei liquami sostenibile, conveniente

ZOOTECNIA

Innovativa l’esperienza di Alessandro Faccio, allevatore di 1.200 scrofe a Boscochiesanuova (Vr). Utilizzando un grande impianto di biotrattamento risolve i problemi di smaltimento degli effluenti zootecnici.


Giorgio Setti, Rivista di Suinicoltura
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Alleva 1.200 scrofe,
produce 28mila suinetti all’anno, li vende a 28-30 kg. Tutti questi animali
però generano 22 metri cubi al giorno di liquami, ossia circa 8mila mc di
liquame all’anno (circa 80mila quintali). Complicato e costoso per
l’allevatore, il veronese Alessandro Faccio, trasportare e spandere questa
enorme quantità di effluenti zootecnici sui terreni aziendali.

Infatti
l’allevamento è situato in montagna, a Boscochiesanuova (Vr), colline di
interesse turistico situate a un migliaio di metri di altitudine; mentre i
terreni si trovano in parte sul posto (30 ettari a prato stabile) e in parte in
pianura, a circa 75 km di distanza (a Gazzo Veronese: 50 ettari investiti
principalmente a mais, frumento e soia).

Così l’imprenditore
ha pensato di risolvere il problema alla radice, trasformando i liquami in “letame”.
Un’operazione che ha ridotto il volume delle deiezioni zootecniche addirittura
del 90%, con un forte abbattimento dei costi di trasporto e distribuzione in campo.
Non solo: questo trattamento ha anche ridotto dell’80% il carico d’azoto degli
stessi reflui, realizzando condizioni di sostenibilità ambientale che pongono l’azienda
all’avanguardia.

Ci è riuscito
acquistando tre anni fa una macchina, un “biodigestore”, che per 6 ore al
giorno tutti i giorni mescola tramite coclee in modo automatizzato i liquami ad
altro materiale organico dall’elevato tenore in sostanza secca, come paglia,
stocchi di mais, segatura… E che contemporaneamente li mescola anche all’aria:
questa viene iniettata nella massa organica dalle stesse coclee, il cui asse
centrale è anche un grosso tubo forato che forza l’aria verso il basso,
all’interno della massa.

In tal modo il mix
di liquami e paglia viene omogeneizzato dalla rotazione delle coclee,
ossigenato dall’iniezione forzata di aria (che provoca fermentazione della
massa), e soprattutto ridotto in volume (dagli 8mila mc di materiale liquido
agli 800-1.000 mc di materiale palabile). La riduzione in volume è dovuta in
gran parte anche all’evaporazione, fenomeno legato alla prolungata esposizione
all’aria dei liquami.

Il materiale che
risulta da questo trattamento, anzi “biotrattamento” come indica Veneto
Agricoltura, che sottopone l’esperienza dell’azienda Faccio al monitoraggio del
proprio progetto Riducareflui (per conoscere gli aspetti generali di questo
progetto si veda il sito internet http://riducareflui.venetoagricoltura.org ),
è ben diverso da quella di partenza. Spiega Faccio: «Ciò che otteniamo dopo il
trattamento operato dal mio biodigestore non si può più definire liquame, ma
letame. E’ una massa palabile, quindi distribuibile al terreno con gli
spargiletame e non con il carrobotte. E’ una massa priva di impatto odorigeno,
situazione in linea con la vocazione turistica della zona. In più sono
deiezioni che si possono distribuire sui terreni senza temere il vincolo della
pendenza del 15% imposto dalla attuale normativa».

Abbiamo citato Veneto Agricoltura, ma anche l’Università di Udine, e in particolare il docente della stessa università Alessandro Chiumenti, hanno avuto un ruolo chiave nell’iniziativa di Boscochiesanuova. Più precisamente, come ci dice lo stesso Chiumenti, il progetto era coordinato da Veneto Agricoltura, lo studio ed il monitoraggio del processo lo ha eseguito lui.

Ma serve paglia

Il trattamento però
richiede anche di addizionare ai liquami grandi quantitativi di materiale
organico a elevato tenore in sostanza secca. «In pratica si tratta di paglia e
stocchi di mais provenienti dalle mie coltivazioni in pianura; ma anche di
segatura. Ne servono circa 6mila quintali all’anno. La paglia poi, per poter
assorbire in modo ottimale il liquame, deve essere macinata e sfibrata,
operazione effettuata da contoterzisti».

Il mix di liquami e
paglia viene stoccato nell’ampia platea collegata agli organi del biodigestore,
la vediamo nelle foto. La platea è lunga 80 metri, larga 10 e l’altezza del
materiale stoccato raggiunge circa un metro; in conclusione ha una capacità di
800 mc, e fa due cicli all’anno. E’ situata a un centinaio di metri di distanza
dalle porcilaie, con un dislivello di qualche metro rispetto a queste.

Al mix di liquami e
paglia contenuto nella platea l’allevatore aggiunge ogni 7-10 gg uno strato di
paglia. Quest’ultimo ogni giorno viene omogeneizzato, grazie al lavoro delle
coclee, al materiale sottostante già presente in platea e già da altri giorni
lavorato.

I liquami invece
vengono addizionati a questa massa ogni giorno. Stoccati in pozzi sotterranei
situati nelle immediate vicinanze dell’allevamento, vengono poi gradualmente
dislocati mediante pompe e valvole e attraverso tubazioni sino alla pozzetta
situata sulla sinistra del fronte della platea. Qualora per un imprevisto il
livello dei liquami in pozzetta superasse un certo limite predefinito scatta un
allarme e viene bloccato l’arrivo dei reflui dall’allevamento.

Si diceva che il
lavoro continuo delle coclee (6 ore al giorno, spostandosi in modo
automatizzato da destra a sinistra lungo tutta la larghezza, 10 metri, della
platea), assieme al fatto che queste ultime contemporaneamente operino anche
una iniezione di aria in profondità, provoca ossigenazione e fermentazione di
questo mix di liquami e paglia. «Questa situazione innalza la temperatura degli
strati più profondi della massa sino a circa 50°C. La cosa fra l’altro elimina
gli odori sgradevoli e impedisce la presenza delle mosche».

Quanto costa

Dunque sostenibilità
ambientale. E che l’azienda Faccio abbia questo tipo di sensibilità viene sottolineato anche dalla presenza di un altro
tipo di impianto: 2.500 mq di pannelli fotovoltaici posizionati sui tetti dei
ricoveri degli animali, come mostra la prima foto. Producono 250 kW di energia
elettrica, che in parte viene venduta e in parte destinata all’autoconsumo.

Ma torniamo al
biotrattamento dei liquami zootecnici: se abbiamo evidenziato i forti risparmi
che questa operazione consente in termini di trasporto e distribuzione delle
deiezioni zootecniche, ora non possiamo evitare di evidenziarne anche i costi.
Che non sono bassi, come spiega l’imprenditore: «Il trasporto in campo di
questo letame comporta pur sempre un certo costo, che quantifico in circa 5mila
euro l’anno. Poi c’è il costo di macinazione e trasporto di paglia e stocchi:
10 euro al quintale, circa 60mila euro l’anno. Inoltre c’è l’energia elettrica
necessaria per il lavoro del biodigestore: circa 2.400 euro l’anno. Infine c’è
la quota d’ammortamento annua dell’investimento».

Si può provare a
quantificare anche quest’ultima: «Non risulta superiore al costo di macinazione
e trasporto della paglia», anticipa Faccio. L’investimento, continua, «è stato
di circa 800mila euro, di cui 200mila per l’acquisto del biodigestore e 600mila
per la realizzazione delle opere: costruzione del capannone per lo stoccaggio
della paglia, scavi, realizzazione dell’impianto elettrico. Il biodigestore si
può considerare ammortizzabile in 10 anni, dunque con una quota d’ammortamento
annuo di 20-25mila euro. Le altre opere avranno una vita ben più lunga, dunque
non è possibile stimarne con precisione la quota d’ammortamento. In conclusione
però si può dire che il costo di tutta l’operazione di biotrattamento dei
liquami, in totale, non arriva a 100mila euro l’anno, meno di quanto costerebbe
portare i liquami in pianura».

Il conto economico deve considerare anche il fatto che
tre anni fa Alessandro Facco ottenne dalla Regione Veneto un contributo di
180mila euro appunto per la realizzazione del biodigestore per il trattamento
degli effluenti zootecnici originati dal suo allevamento suinicolo. Il
finanziamento derivava dal Programma di sviluppo rurale per il Veneto
2007-2013, Asse I del fondo Ue Feasr, Misura 121M (Ammodernamento delle aziende
agricole – Montagna). «Ho ottenuto il 30% di uno stanziamento di 600mila euro.
Da notare che questa è la percentuale applicata per le aziende di pianura,
quella per la montagna sarebbe stata del 40%. A me però, nonostante allevamento
e biodigestore siano situati in montagna, fu attribuito il 30% perché ho più
superficie agricola in pianura».

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