Cina, le novità emerse dall’ultimo convegno internazionale dell’Ishs

FOCUS ACTINIDIA

Occasione più unica che rara per capire lo stato di avanzamento delle ricerche nel mondo, ma soprattutto per dare uno sguardo alla realtà cinese, dove il kiwi sta facendo passi da gigante verso una vera industrializzazione del settore.


Raffaele Testolin, Frutticoltura
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La sede del convegno nell’area del kiwi rosso

Il Sichuan si colloca geograficamente a Nord-Est del Tibet. E’ una provincia conosciuta in tutto il mondo per i boschi di bambù dove vive il panda gigante. E’ un altipiano circondato da montagne alte fino a 6.000 m. Ha un clima subtropicale molto umido, piovosità elevata e un cielo spesso coperto di nubi.
La città di Chongqing è famosa per essere una importante zona di produzione di fiori, mentre la città di Dujiangyan, sede dell’VIII Convegno internazionale sul kiwi organizzato dall’ISHS, è famosa per una regimazione spettacolare del fiume Min, eseguita nel III° secolo a.C. da un famoso ingegnere, che da allora ha preservato fino ad oggi la città e le campagne circostanti dalle piene del fiume. Colpita nel 2008 da un terremoto che ha distrutto città e villaggi attorno (69.197 morti e 18.222 dispersi), la capitale Chengdu è stata interamente ricostruita in 5 anni.
Per chi si interessa di kiwi, il Sichuan è famoso per essere uno dei centri più importanti della diversità genetica dell’actinidia, il centro di origine del kiwi a polpa rossa e, purtroppo, il centro di diffusione dei ceppi virulenti di Pseudomonas syringae pv. actinidiae (PSA) che, trasferiti involontariamente nei diversi Paesi di coltivazione del kiwi, hanno creato danni severi all’industria di questa specie.

Dal convegno qualche interessante novità

Il convegno, come al solito, ha permesso di dare uno sguardo alla produzione di kiwi nel mondo, scoprendo le cifre impressionanti di Paesi leader come la Cina, ma anche le cifre interessanti di Paesi emergenti, come Iran e Turchia. La disponibilità di risorse genetiche per i programmi di incrocio e selezione, attivi in alcuni Paesi anche fuori della Cina, ha animato un breve quanto intenso dibattito, concluso con una richiesta pressante al governo cinese perché apra le frontiere allo scambio di materiale, per evitare disastri come l’attuale epidemia del cancro batterico. Il genoma del kiwi è stato sequenziato dai cinesi e la sequenza è stata messa a disposizione della comunità scientifica: la sequenza non è molto buona, ma è sufficiente per molti ricercatori per lavorare alla ricerca di geni chiave utili per il miglioramento genetico.
Il meeting scientifico è stata occasione per ascoltare relazioni interessanti sulla nutrizione, sulla conservazione dei frutti e sulla valutazione della loro qualità mediante strumenti non distruttivi. Abbiamo saputo qualcosa di nuovo sull’origine della batteriosi in Cina e sui programmi di miglioramento genetico cinesi, neozelandesi, coreani e anche italiani, tutti tesi alla costituzione di varietà resistenti o tolleranti il patogeno.
Molto interesse hanno suscitato le molte novità varietali, in particolare le selezioni a polpa rossa, di cui darò un breve resoconto. Per concludere questa panoramica, devo registrare il crescente interesse per l’actinidia arguta, il cosiddetto “baby kiwi”.

Lo spettacolare sviluppo del kiwi in Cina e l’organizzazione della produzione

Finché non uscivano dati dal Paese, la Cina era considerata con molto rispetto la patria del kiwi, ma per il resto il Paese contava poco nelle statistiche occidentali. Ora che i dati ci sono, la Cina va considerato il primo produttore di kiwi al mondo con 110 mila ettari e 1,2 milioni di t di prodotto all’anno, che corrispondono quasi alla metà dell’intera produzione mondiale stimata in 2,5 milioni di t. Per ora la Cina non fa ancora paura nel contesto della copetizione commerciale mondiale; le produzioni sono molto disformi, ci sono parecchie varietà coltivate, molte interessanti solamente per il consumo interno, ma la Cina sta facendo passi da gigante ed entrerà presto in competizione per i mercati asiatici con i Paesi dell’Emisfero Nord, Italia compresa.
I convegni sono spesso una grande opportunità per raccogliere informazioni fuori dagli incontri ufficiali; ecco allora qualche altra considerazione sull’industria del kiwi in Cina derivata anche dall’esperienza fatta dopo alcuni recenti viaggi di lavoro in quel Paese.
Molta produzione è ancora venduta lungo le strade nelle cittadine e nei villaggi fuori dalle grandi rotte viarie, ma esistono già molte cooperative di produttori ben organizzate, che conferiscono il prodotto in centri di conservazione, confezionamento e trasformazione, che cominciano ad avere dimensioni tali da permettere loro di affrontare mercati anche lontani (grandi città metropolitane cinesi come Beijing o Shanghai, ma anche Hong Kong, Singapore, Taiwan, Seul, ecc.). Anche l’assistenza tecnica si sta organizzando, a livello di cooperative di produttori, grazie ai prezzi interessanti che spunta il kiwi rispetto ad altra frutta. Alcuni impianti sono certificati GlobalGap, a dimostrazione della volontà di arrivare ad un prodotto di qualità idoneo ai mercati internazionali. Sui prezzi non è facile farsi un’idea: a parte le etichette che si vedono al supermercato o nei mercati rionali, non è facile capire cosa viene liquidato all’agricoltore. Certamente ci sono cooperative in cui le famiglie vivono esclusivamente di kiwi e il tenore di vita sembra a volte superiore a quello che si vede intorno, osservando chi vive di altro. Diceva un amico, scherzando, che i produttori di kiwi cinesi si distinguono dagli altri agricoltori perché hanno la TV e la parabola satellitare. Il cellulare, ovviamente, ce l’hanno tutti.
Ciò che impressiona è l’iniziativa cinese nella trasformazione del prodotto. In Cina con il kiwi si produce di tutto, dai succhi, alle puree, al vino, ai prodotti di interesse nutraceutico, ai prodotti per la cosmesi. Qualche anno fa ho visitato una grossa azienda che aveva acquistato all’estero una linea obsoleta di produzione e imbottigliamento della birra e l’aveva rimontata e rimessa a posto per la produzione di prodotti di kiwi fermentati. Mi sono state offerte pillole a base di oli di semi di kiwi estratti con la CO2 supercritica: solo la confezione valeva una foto.

Sequenziato dai cinesi il genoma del kiwi

La sequenza completa del genoma della cultivar Hongyang (la nota varietà a polpa rossa presente da tempo sul mercato) è stata pubblicata nel 2013 (Huang et al. 2013, Nature Communications 4:2640; DOI: 10.1038/ncomms3640) e ci si aspettava al convegno le prime novità scientifiche derivanti dall’uso della sequenza. La sequenza non ha entusiasmato la comunità scientifica a causa della scarsa accuratezza della ricostruzione. Tecnicamente – senza scendere molto nei dettagli – dobbiamo dire che l’assemblaggio dei “contigs” non è sempre corretto e ciò crea problemi nell’uso della sequenza stessa. Tuttavia, alcune comunicazioni interessanti sull’argomento sono arrivate; il dr. Liu, della Hefei University, ha raccontato dei 39.040 geni che codificano per proteine espresse. Robert Shaffer di Plant & Food (NZ), ha raccontato la varietà di geni coinvolti nella maturazione post-raccolta, solo alcuni dei quali sono responsabili del rapido intenerimento della polpa. Qualche informazione è arrivata anche sui geni coinvolti nella sintesi dei pigmenti rossi, ma sostanzialmente niente di più di quanto non fosse noto e pubblicato da tempo.

PSA: la situazione in Cina e il miglioramento genetico

Finalmente abbiamo saputo con certezza quello che molti sospettavano. I ceppi virulenti di Pseudomonas siryngae pv actinidiae si sono originati in Cina, proprio nella provincia del Sichuan dove si è svolto il convegno. Le prime segnalazioni di ceppi virulenti, risultati successivamente affini agli attuali rinvenuti in Italia, Nuova Zelanda e altri Paesi, risalgono al 1984 e nel giro di 3 anni l’estirpo degli impianti malati ha permesso il controllo della malattia. Tra il 1988 e il 1990 la batteriosi è riscoppiata nelle coltivazioni di Hongyang, la varietà di kiwi a polpa giallo-rossa che veniva coltivata in quelle aree dal 1981. Oggi la batteriosi è praticamente endemica in 18 province, ma non preoccupa più di tanto perché gli isolati di PSA sono popolazioni geneticamente molto variabili in cui coesistono ceppi batterici più o meno aggressivi che si controllano uno con l’altro. Sull’origine dei ceppi virulenti c’è ancora molto da lavorare, ha detto la dr.sa Li Li, che ne ha raccolti a centinaia e li sta studiando. Abbiamo il sospetto – ha affermato la ricercatrice che lavora da alcuni anni sulla questione – che ci siano state ricombinazioni tra ceppi ospiti di specie diverse, dato che sono piuttosto frequenti nelle zone in cui si sono manifestate le epidemie le consociazioni tra varie specie ospiti del batterio, come camelie ornamentali, vari Prunus e il te (che pure fa parte delle camelie). Ma è ancora presto per dire qualcosa sull’argomento e occorre raccogliere altri campioni e proseguire con le analisi molecolari.
Qualche speranza viene dai programmi di incrocio e selezione avviati da qualche anno in Nuova Zelanda e di cui ha parlato Mirco Montefiori, italiano di origine, ricercatore da alcuni anni presso Plant & Food di Auckland. Tra il germoplasma i ricercatori neozelandesi hanno identificato materiale resistente a PSA; gran parte delle 154 accessioni di Actinidia arguta saggiate finora si si è rivelato resistente. Alcune specie, come A. macrosperma, manifestano una reazione di ipersensibilità, tipica del riconoscimento ospite-patogeno. A volte anche l’arguta sembra manifestare sintomi analoghi di difesa. Anche in A. chinensis sono state identificate fonti di resistenza e questo fa ben sperare, perché ottenere kiwi da 100 g, come quelli che siamo abituati a vedere sul mercato, partendo da incroci con arguta, richiederebbe generazioni di reincrocio e quindi molti anni di lavoro.

Altre malattie

Negli impianti che i partecipanti al convegno hanno avuto modo di visitare, molti hanno notato piante parzialmente defogliate e con macchie necrotiche sulle foglie rimaste, che – ad un occhio allenato – facevano pensare ad una cercosporiosi. In effetti, qualcuno più esperto ha suggerito la presenza di Pseudocercosporium actinidiae, una fungo identificato sull’actinidia fin dagli anni ’80, segnalato inizialmente a Taiwan, ma ospite da tempo del kiwi in molte aree umide della Cina centrale.
Le varietà cinesi: verde, giallo, rosso e altro

Come in precedenti occasioni, la Cina ha mostrato ancora una volta la grande disponibilità di materiale genetico presente in quello che è il centro di origine della specie. Ma, mentre un tempo il materiale che si poteva vedere in collezione presso gli Istituti di Botanica era rappresentato da accessioni raccolte nei boschi, in questa occasione abbiamo potuto vedere anche molto materiale proveniente da programmi di incrocio e selezione. Nel centro di Pengzhou dove è conservata un’importante collezione varietale, sono presenti 130 selezioni appartenenti soprattutto alle specie A. chinensis e A. deliciosa.
Le varietà e selezioni a polpa verde sono molte, ma l’interesse che destano presso ricercatori e commercianti di tutto il mondo è piuttosto modesto, a parte il materiale dichiarato tollerante alla batteriosi per il quale c’è molta curiosità. Anche le selezioni a polpa gialla sono molte, alcune particolarmente interessanti per dimensioni dei frutti, produttività, conservabilità e qualità organolettiche. A molti è piaciuta la varietà Jinyan, che è stato possibile osservare in alcuni impianti sia sperimentali che commerciali. Il frutto è molto bello, un po’ allargato verso l’estremità, caratterizzato da buccia chiara, color tabacco, leggermente tomentosa, e polpa di colore giallo brillante, con qualità organolettiche interessanti. I frutti si trovavano già sul mercato alla fine di agosto, raccolti anticipatamente rispetto alla normale epoca di maturazione (che dovrebbe cadere non prima della metà di ottobre), a testimonianza che – in quanto a comportamenti poco corretti e ispirati da mera volontà di guadagno immediato – tutto il mondo è paese.
Jinyan è coltivata su oltre 600 ettari e i diritti di moltiplicazione per ora sono stati assegnati ad una cooperativa di produttori del Sichuan. Nonostante l’apparente somiglianza ad A. chinensis, è frutto di un incrocio interspecifico (A. eriantha x A. chinensis) eseguito nel 1984 da Wang Shenmei, una esile ricercatrice dell’istituto di Botanica di Wuhan da sempre appassionata di incroci interspecifici con A. eriantha. L’F1 di questi incroci è stata prodotta e osservata per molti anni e da qualche tempo Jinyan è proposta alla coltivazione degli agricoltori con la speranza, neppure tanto remota, che diventi un’importante varietà nel panorama mondiale del kiwi. In effetti, ha tutti i numeri per diventare una star.
Chiaramente tutto il mondo del kiwi si è dimostrato particolarmente interessato alla selezioni a polpa rossa, o per meglio dire bi-colore (rosso e giallo o verde e rosso). La curiosità di molti è stata soddisfatta: Hongyang, Chuhong, Hongmei, Wanhong, Yidun n.1, Hongshi n. 1 sono le principali varietà cinesi licenziate negli ultimi anni, ma è stato possibile osservarne molte altre tuttora in valutazione. Di alcune selezioni, ancorché immature, è stato pure offerto un assaggio. Devo dire, tuttavia, che le migliori selezioni a polpa bicolore che ho avuto modo di conoscere in altre occasioni non sono state mostrate, per ragioni facilmente comprensibili.

L’actinidia arguta

All’actinidia arguta il convegno cinese ha dedicato una sessione intera, a testimonianza del crescente interesse per una coltura di nicchia che manifesta un’elevata tolleranza alla batteriosi del kiwi ed è in grado di dare redditi elevati, nonostante i costi di raccolta.
L’actinidia arguta è coltivata in molti Paesi in varie parti del mondo. In Europa è coltivata in Belgio, Svizzera, Polonia, Germania, Austria, Olanda, Francia: ciascuno di questi contribuisce per ora con superfici variabili da 5 a 30 ettari. Le produzioni variano da 2,1 a 8,4 t/ha. Oltre alle vecchie varietà (Ambrosia, Ananasnaya, Geneva, Issai, Weiki, Jumbo, Ken’s Red ed altre), vengono provate con interesse anche le nuove varietà neozelandesi. Il valore dei frutti sul mercato si aggira attorno ai 10 euro/kg, ma al dettaglio il prezzo può arrivare a 2,5 € per una vaschetta di 135 g. L’alto valore del prodotto permette a volte di coltivare l’arguta sotto tunnel di plastica o in serra. I produttori europei si sono costituiti in associazione – ha detto Filip Debersaques, professore dell’Università di Gent in Belgio e grande animatore del gruppo dei produttori europei. Per i Paesi del Centro e Nord Europa è l’unico kiwi coltivabile per la sua grande adattabilità alla basse temperature invernali. Può subire qualche gelata primaverile e per tale motivo molti impianti sono forniti di irrigazione antibrina.

Indici di raccolta non distruttivi e il monitoraggio della qualità

Nella interessante relazione introduttiva, presentata su invito degli organizzatori dal prof. G. Costa dell’Università di Bologna, sono apparsi chiari i progressi nell’uso della spettroscopia nel vicino infrarosso (NIR, “Near InfraRed”) nel monitoraggio della qualità dei frutti. Il DA-Meter, lo strumento messo a punto presso l’Ateneo bolognese, o il più evoluto e specifico per la specie “Kiwi-Meter”, ha sostanzialmente tre funzioni importanti: (a) può monitorare la maturazione dei frutti in campo, evitando interventi distruttivi e fornendo stime di importanti parametri quali il contenuto in solidi solubili, il contenuto in amido, ecc.; (b) può selezionare i frutti in fase di calibrazione formando classi omogenee per maturità; (c) può monitorare l’evoluzione dell’intenerimento dei frutti in frigorifero durante la conservazione.
E’ questa l’ultima delle possibilità dello strumento nella sua versione DAFL (“Difference Absorbance Fruit Logger”) messa a punto dal gruppo di lavoro di Bologna: i tecnici del post-raccolta e delle atmosfere controllate lo giudicano interessante perché permette di monitorare l’andamento della maturazione senza dover aprire le celle in AC. Lo strumento sta incontrando l’interesse dei tecnici delle cooperative, dei costruttori di machine selezionatrici/calibratrici, visto che l’acquisizione dei dati ha già una velocità di 4-5 frutti/sec, e dei ricercatori, che hanno la possibilità, una volta tarato lo strumento, di eseguire misurazioni su campioni di frutti anche molto ampi a scopo sperimentale.

Il prossimo convegno

Il nono Simposio Internazionale sul kiwi si terrà tra Portogallo e Spagna; a questo appuntamento nel 2017, si aggiunge un’opzione per il 2020 avanzata dalla Turchia e accolta con favore dal gruppo di lavoro, che ha votato entrambe le proposte. Da ricordare, invece, che il II Simposio sulla PSA del kiwi, sempre sotto l’egida dell’ISHS, sarà organizzato dall’Università di Bologna tra il 10 al 15 giugno 2015.

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