Mais waxy, scelta vincente per il reddito aziendale

COLTURE ESTENSIVE

Aldo Dogliani proprietario e conduttore di un’azienda agricola a Santhià (To)


Roberto Bartolini, Terra e Vita
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Aldo Dogliani
è proprietario e conduttore di un’azienda agricola di circa 138 ettari a
Santhià (To) che faceva parte della grande e famosa tenuta storica La Mandria
che risale al ‘700 e alla casa Savoia che nel corso dei secoli è stata divisa e
spezzettata a più riprese. Ottanta ettari sono destinati al mais, trenta alla
soia e il resto a colza e orzo. «Nel 2002 sono stato contattato dalla società
Roquette che mi ha proposto un contratto di coltivazione per la produzione di
mais waxy. Ho iniziato con pochi ettari per arrivare oggi alla maggior parte
della superficie».

Certezza di prezzo e di pagamento

Qual è il punto di forza di questa scelta?

«Coltivo e continuerò a
coltivare mais waxy soprattutto perché ho la certezza di pagamento definito da
un contratto di coltivazione stipulato in pre-campagna che fissa un premio di
circa 1 euro al quintale che si aggiunge a un prezzo di mercato che si basa sul
listino della borsa merci di Milano. Vede, oggi il problema principale è
incassare e con Roquette i pagamenti sono garantiti al massimo in 30 giorni».

Ma il prezzo di
mercato sulla base di quale periodo viene
stabilito?

«Mi sono dotato di
essiccatoio aziendale alimentato dal metano e di un magazzino a ventilazione
forzata e ogni mese consegno da 60 a 90 tonnellate per tutti i dodici mesi dell’anno.
Il prodotto viene raccolto dal campo a un’umidità del 22% che viene portata
nell’impianto aziendale al 13%. Il mais waxy, avendo tanto amido rispetto alla
granella normale, richiede qualche ora in più per l’essiccazione ma i conti
tornano. Con il conferimento costante mensile a Roquette soddisfo le esigenze
dell’industria e intercetto nell’arco dell’anno gli “alti e i bassi” del
listino e così alla fine il risultato economico è più che soddisfacente».

Quali varietà e quale agrotecnica

Quali varietà semina?

«Sino al 2010 esclusivamente N41,
che è un classe 500, mentre dallo scorso anno ho provato la novità F 70 che è
un classe 600, molto produttivo, che mi ha soddisfatto in pieno e così quest’anno
l’ho seminato su gran parte della superficie».

È più difficile coltivare il mais waxy?

«Io dico che coltivare waxy è
come seguire un bambino! È molto delicato nelle prime fasi vegetative, dall’emergenza
fino alla sesta foglia e quindi occorre preservarlo dagli attacchi di insetti
come afidi e altri che ne possono pregiudicare la produttività». Come si regola con le infestanti?

«Quest’anno ho puntato tutto
su Adengo, il nuovo pre-emergenza di Bayer CropScience e per il momento la
situazione è ottimale anche perché le piogge sono arrivate al momento giusto».

Altri aspetti di agrotecnica?

«Sui nostri terreni ghiaiosi
effettuiamo le lavorazioni tradizionali dal momento che l’irrigazione è a
scorrimento. Il piano di concimazione prevede potassio in pre-semina,
bioammonico alla semina e due interventi di urea a partire dalle 6-7 foglie del
mais. Lo scorso anno con un’annata davvero super, abbiamo prodotto una media di
142 q/ha mentre la media decennale si attesta su 135 q/ha.

I sistemi di precisione sono davvero utili

Per le operazioni di
concimazione e diserbo applico alle operatrici un sistema satellitare che mi
consente di eliminare tutte le sovrapposizioni e di effettuare una distribuzione
con estrema precisione. Inoltre per la concimazione opero alla velocità di
oltre 18 km/ora con tutti i vantaggi di essere sempre tempestivi e ridurre in
maniera significativa i tempi di lavoro».

Difendiamo la buona terra!
Aldo Dogliani è un
entusiasta del suo lavoro e quindi chiude la chiacchierata con un piccolo sfogo,
più che giustificato per i tempi che stiamo vivendo. «La mia famiglia è
cresciuta sulla terra, io sono agricoltore da sempre e oggi sono molto amareggiato
nel vedere che la buona terra sta scomparendo. Qui attorno a Santhià i
capannoni industriali dismessi, l’alta velocità e ultimamente i produttori di
biogas hanno sottratto centinaia di ettari che erano destinati a produrre
alimenti. Come si fa a giocare su un bene così prezioso come la terra con tanta
superficialità! Siamo sicuri che sia davvero una scelta strategica lungimirante
consumare tanta energia per produrre un buon mais che poi va a finire in un
digestore per ricavarne energia elettrica venduta a un prezzo caricato di
incentivi così elevati da pesare sempre più sulla bolletta di noi cittadini?
Qui sono stati costruiti impianti di biogas da 1 e 2 megawatt da aziende che
non hanno allevamento e vanno a prendere i liquami a centinaia di chilometri di
distanza. Prendiamo esempio invece dalla Germania dove si sono costruiti
impianti più piccoli a dimensione d’azienda realizzando un ciclo chiuso
energetico davvero virtuoso».

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