Poca acqua? Le colture seminate su sodo rendono di più

Viaggio fra i cerealicoltori che hanno operato con entrambe le tecniche di coltivazione. Risultati sorprendenti in un’annata in cui l’acqua si è vista con il lumicino

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Che alla semina su sodo dia più fastidio la pioggia della siccità è cosa nota: su terreno secco, anche molto secco, si lavora tranquillamente, se si ha la macchina giusta. Al contrario, sono poche le seminatrici in grado di dare un risultato accettabile sul bagnato. La difficile stagione 2016-2017, tuttavia, aggiunge un altro tassello al puzzle: in caso di forte stress idrico, il grano seminato su sodo resiste meglio di quello convenzionale. Non è una scoperta rivoluzionaria: i fautori della semina diretta lo dicono da sempre. Con il 2017 se ne ha, tuttavia, un’ulteriore conferma, direttamente dal campo: più di un cerealicoltore ha potuto toccare con mano la differenza di produzione tra terreni lavorati tradizionalmente e altri gestiti con la semina diretta o al più con una minima lavorazione poco invasiva. Differenze che arrivano, in qualche caso, vicine alla tonnellata per ettaro.

Meno evaporazione, più struttura
Prima di passare alle testimonianze dirette, facciamo una sintesi delle possibili motivazioni. Che sono essenzialmente due: con la semina su sodo si riduce l’evaporazione dell’acqua e si mantiene la struttura del terreno, favorendo la permanenza dell’umidità negli strati profondi. I quali, invece, si seccano una volta portati in superficie dall’aratro, naturalmente.
Per quanto riguarda l’evaporazione, la questione è semplice: un terreno compatto e ben strutturato tende a perdere meno acqua di uno rigirato e arieggiato, se non altro per una questione, prettamente fisica, di superficie esposta all’azione del sole e del vento: quella delle zolle è molto superiore al piano liscio del campo non lavorato. C’è poi da considerare la copertura da parte dei residui, che contribuiscono fortemente a mantenere l’umidità del suolo, sia grazie all’effetto pacciamante sia perché ombreggiano la crosta riducendone l’esposizione al sole. La contropartita è, come noto, un minor riscaldamento, che rallenta la germinazione e potrebbe creare danni in primavere particolarmente fredde. Non certo il caso del 2017.

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A sinistra Giovanni Maffi

Esperienze in pianura Padana
Il primo a segnalarci una situazione di questo tipo è stato Giovanni Maffi, agricoltore e contoterzista della provincia di Piacenza. Un’esperienza difficilmente contestabile, visti i termini del confronto. «La nostra azienda fa sodo da decenni e siamo stati tra i primi a introdurlo in provincia di Piacenza. Quest’anno, nei terreni di nostra proprietà abbiamo seminato circa 25 ettari di grano su sodo. Inoltre abbiamo preparato anche cinque o sei ettari di superficie in maniera convenzionale. I campi in semina diretta hanno avuto rese tra i 70 e i 72 quintali per ettaro, mentre quelli convenzionali non sono andati oltre i 63 quintali. Questo, ovviamente, a parità di diserbo, trattamenti e concimazioni».
Certamente i terreni lavorati potrebbero aver reso meno per questioni microclimatiche o di fertilità di quello specifico campo, visto che come estensione sono un quinto degli altri. In ogni caso, pur non essendo scientificamente inattaccabile, il dato ha un suo innegabile valore, se non altro come esperienza diretta. «La mia impressione è che il grano su sodo abbia sentito meno la sete, dal momento che il terreno non lavorato è più compatto e quindi resta più fresco».
Un’impressione confermata da Paolo Montana, consulente agronomico che pratica lavorazioni alternative da una vita. «Non c’è dubbio – dice – che se fatto nelle giuste condizioni e con le giuste macchine, il sodo dia vantaggi in caso di stress idrico, dal momento che la copertura del terreno riduce l’evapotraspirazione. Ancor più, naturalmente, se si tratta di terreni gestiti già da anni con tecniche conservative. Anche una minima lavorazione poco invasiva, soprattutto in termini di affinamento, può comunque essere una soluzione di compromesso, in caso il sodo sia difficile da fare per problemi climatici o di altro tipo».
Un altro territorio in cui si produce parecchio grano è l’Oltrepò Pavese, soprattutto nella sua parte più occidentale, ai confini con l’Alessandrino. Qui abbiamo chiesto un riscontro a Giuliano Chioetto, contoterzista che gestisce direttamente alcune aziende agricole. «In una in particolare, abbastanza estesa per superficie e con terreno misto-argilloso, abbiamo carta bianca e possiamo quindi testare le migliori pratiche agronomiche», precisa.

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A destra Pietro Dardi

Un occhio attento ai costi
Tra esse, ovviamente, c’è la semina su sodo. «Non soltanto: abbiamo anche una gestione piuttosto avanzata delle concimazioni, con monitoraggio da drone e fertilizzazione a dosaggio variabile, in base allo sviluppo vegetale. Con questa tecnica, quest’anno siamo arrivati a produrre 7 t/ha di Rebelde, una varietà che non ha un grande accestimento. Un eccellente risultato raggiunto soltanto nei campi in semina diretta: infatti, quelli arati o in minima lavorazione hanno prodotto meno. Si tenga presente – continua Chioetto – che la media, nella nostra zona, è di 4,5 tonnellate, mentre noi, sui 70 ettari di superficie investiti, siamo arrivati vicini a 6,5, con parcelle ben oltre questo valore».
Come il collega emiliano, Chioetto conferma la sensazione che il grano su terreno non coltivato abbia avuto meno stress idrici. «C’è stato un momento, a primavera inoltrata, in cui si vedeva chiaramente che grazie a una maggior umidità del suolo l’accestimento era migliore. Sarebbe stato interessante valutare il comportamento su precedente di mais, quindi con residui molto abbondanti, ma purtroppo abbiamo lavorato principalmente su medicai o soia».
Rese a parte, Chioetto conclude ricordando che i vantaggi della mancata lavorazione si hanno fin dalla semina: «Già a ottobre hai guadagnato oltre dieci quintali per ettaro, grazie ai risparmi sulle spese di preparazione del terreno. Il sodo è ancora poco praticato nella nostra zona, ma a mio parere ha grosse potenzialità e non potrà far altro che svilupparsi, in futuro».
Opinione pienamente condivisa da Pietro Dardi, produttore ai confini tra Modena e Bologna: «Un sodo fatto bene vale 150 euro all’ettaro di minori spese. Se anche la produzione fosse simile, il guadagno è evidente». Passando dalle valutazioni generali all’analisi della stagione, Dardi ci conferma che anche nel cuore dell’Emilia la semina diretta ha dato qualche vantaggio: «Per esempio, questi terreni hanno sentito meno le gelate primaverili. Fanno eccezione i tardivi, quelli messi su sodo a gennaio, che non hanno reso molto. È importante ricordare – conclude Dardi – che non stiamo parlando di una tecnica che si improvvisa. Se si semina senza lavorare, bisogna essere sicuri che nasca». Se nasce, però, produce molto. «Certamente. Nella nostra zona, tra 85 e 90 quintali, sia per il duro sia per il tenero».

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