Aumentare la produttività del mais

SPERIMENTAZIONE

Maggiori densità di semina hanno portato a incrementi di resa compresi fra 0,6 e 0,9 t/ha


Massimo Blandino et al., Terra e Vita
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Sembra banale ma è opportuno talvolta ricordare che alla base della produttività di una coltura c’è la fotosintesi.

 

La grande capacità della pianta di cereale di convertire l’energia della radiazione solare in tessuti e in definitiva in radici, foglie, steli e cariossidi è alla base della loro straordinaria diffusione. Nell’ambito dei cereali il mais è tra quelli più esigenti di radiazione, trattandosi di una coltura di origine tropicale ovvero di ambienti dove l’intensità della stessa è molto elevata per lunghi periodi dell’anno.

 

È proprio nella capacità di adattarsi alle condizioni di bassa radiazione che si è in gran parte cimentata con successo la selezione genetica dopo l’introduzione degli ibridi. In effetti, in un certo ambiente la radiazione disponibile a una certa pianta è limitata soprattutto dalla competizione con quelle vicine: si determina cioè il cosiddetto autombreggiamento. Infatti, la capacità di sopportare questa competizione è cresciuta nel tempo, tanto che l’investimento ideale è passato per i cicli pieni dalle 4 piante/m2 circa degli anni ’60, alle attuali 7-8 piante/m2.

 

Questo processo recentemente ha però trovato una nuova accelerazione che ha spinto a considerare ulteriori e importanti incrementi dell’investimento. Ciò è stato determinato da tre fattori: la presenza di ibridi reattivi all’incremento dell’investimento e con elevata; la diffusione di seminatrici pneumatiche in grado di modificare la distanza dell’interfila o con controllo della posa del seme; l’esigenza di fondo di incrementare la produttività della coltura sia nelle aziende cerealicole, sia in quelle zootecniche che in quelle con impianti di biogas al fine di sostenere la redditività.

 

L’aumento dell’investimento può essere in sintesi ottenuto in due modi: riducendo la distanza tra le piante sulla fila, oppure riducendo la distanza dell’interfila. Nel primo caso la seminatrice non cambia ma la competizione tra le piante, così addossate, può aumentare in modo eccessivo; viceversa la riduzione dell’interfila può favorire una migliore disposizione tra le piante esponendole quindi meglio alla luce.

 

Questa soluzione tuttavia richiede di ridurre la convenzionale interfila di 70-75 cm con conseguenti problemi di percorribilità per le ordinarie operazioni colturali (diserbo, sarchiatura, rincalzatura, concimazione). Una soluzione da tempo proposta negli Stati Uniti consiste nelle file binate o twin rows: si tratta di accoppiare 2 file ponendo all’interno della bina un’interfila di 20-22 cm e tra le bine una distanza di 50- 53 cm (vedi foto).
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Date queste premesse è stata attuata un’ampia ricerca che ha interessato numerose località distribuite in tutto l’areale maidicolo dell’Italia settentrionale per valutare la risposta della coltura all’aumentare dell’investimento in condizioni di modalità di semina convenzionali o con il sistema twin rows.

 

Impostazione della prova
La prova è stata realizzata in 12 località in areali maidicoli a diverse condizioni pedoclimatiche della Pianura Padana interessando le province di Alessandria, Cuneo, Ferrara, Milano, Mantova, Padova, Torino, Udine e Verona.

 

In ogni località sono state messe a confronto due diverse densità di semina a 7,5 e 9,5-10 piante al m2 seminate con due sesti d’impianto differenti: interfila tradizionale largo 75 cm e fila binata twin rows (figura 1). La struttura dei campi sperimentali è stata a parcelloni con superficie compresa tra 1.000 e 3.000 m2. L’ibrido utilizzato in tutte le prove è stato DKC 6815, di classe FAO 600, caratterizzato da taglia bassa e da una spiga di tipo “fix” o fissa, ovvero la cui dimensione della stessa è poco influenzata dalle condizioni ambientali e colturali. Per ogni tesi è stata misurata la produzione e l’umidità della granella e su un campione di circa 40 spighe i fattori della produzione (numero di ranghi, cariossidi per rango e peso del seme).

 

Risultati positivi
La figura 2 mostra le rese produttive ottenute applicando le diverse modalità di semina della coltura. Si evince che almeno in 8 casi su 12, è presente un buon vantaggio produttivo incrementando il numero di piante per unità di superficie. Per quanto riguarda la tipologia del sesto d’impianto, in alcune località si è dimostrata più efficace mantenere l’interfila tradizionale larga 75 cm riducendo la distanza delle piante sulla fila, mentre in altre, la strategia twin rows è risultata vincente. Il mancato aumento di resa che si è verificato soprattutto in tre località, è però imputabile allo stress idrico, che nel 2012 è stato spesso presente anche in condizioni irrigue, verso il quale la coltura ad alta densità si dimostra più suscettibile.

 

Come confermato dalla <FIGURA e tra in le piante delle la sistema di della spaziatura migliore convenzionale P quadro.

Infine, l’umidità della granella è risultata, come atteso, mediamente maggiore nell’alta densità di circa un punto percentuale in tutti e due i sesti d’impianto.

 

Relativamente ai caratteri della spiga, nella media complessiva delle località nelle quali è stata condotta la prova, il numero di ranghi rimane pressoché invariato nelle diverse tesi in esame (figura 4). Il numero di cariossidi per rango tende invece a ridursi all’aumentare dell’investimento colturale, sebbene in maniera limitata per via della caratteristica di sviluppo “fix” della spiga. Ne consegue che il numero di cariossidi per metro quadro, ottenuto tramite il prodotto del numero medio di cariossidi per spiga e il numero di spighe al metro quadro, è sempre maggiore (+ 26%) nelle parcelle ad alto investimento colturale, in quanto il maggior numero di spighe per unità di superficie ha più che compensato la riduzione di cariossidi per ciascuna di esse.

Strada da percorrere

 A fronte dei risultati ottenuti, è possibile affermare che l’aumento della densità colturale al fine di incrementare la resa produttiva del mais è una strada che oggi l’agricoltore può intraprendere.

 

Questa è una scelta, che può esporre la coltura a maggiori rischi, soprattutto di stress idrico e allettamento; infatti le piante trovandosi in condizioni di maggiore stress potenziale, possono rispondere in maniera meno efficace ad avversità quali piralide, diabrotica, malattie fogliari e marciumi dello stocco.

 

Tuttavia, con la scelta di ibridi adatti, come si è dimostrato DKC6815, con portamento fogliare verticale, ridotta statura e alta stabilità, abbinati a una gestione attenta delle irrigazioni, del diserbo e della concimazione nonché, dove necessario, di un’adeguata protezione della coltura, sono possibili nelle aree vocate alla maiscoltura significativi vantaggi produttivi.

 

Il sistema twin rows è di rilevante interesse per la possibilità che si è evidenziata di aumentare l’investimento senza incorrere nei rischi connessi. Se confrontata con le modalità di semina convenzionali, per densità e disposizione delle piante, questa tecnica innovativa ha permesso un aumento delle rese in media del 5.5%, che in prospettiva potrebbe essere ulteriormente elevata con la messa a punto degli interventi di agrotecnica più mirati e in particolare con più efficaci lavorazioni di coltivazione nell’interfila.
di Massimo Blandino, Amedeo Reyneri, Giulio Testa
Gli autori sono del dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari – Università di Torino

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