Azienda Sgambaro Innovazione, sostenibilità

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Questi allevatori padovani ospitano diverse sperimentazioni sull’impatto ambientale dei liquami zootecnici. In tal modo collaborano a un progetto Ue volto a difendere le acque dall’inquinamento agricolo. E i primi risultati stanno arrivando


Giorgio Setti, Informatore Zootecnico
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Alimentano le proprie bovine con una quantità di proteine inferiore al solito, in modo che le deiezioni zootecniche abbiano un contenuto d’azoto minore e quindi esercitino un minor impatto ambientale. Distribuiscono in campo i reflui dell’allevamento con tecniche innovative come l’interramento poco profondo tra le file, in modo da ottimizzare l’efficienza d’uso dell’azoto e risparmiare sull’acquisto dei concimi di sintesi. Sono Mario Sgambaro e il figlio Matteo, conduttori di un’azienda agricola e zootecnica, la società agricola Sgambaro, situata a Villa del Conte, in provincia di Padova. Imprenditori che si distinguono per un altro importante aspetto: queste scelte tecniche, improntate alla sostenibilità e all’innovazione, non le hanno fatte per conto proprio, nel chiuso della propria azienda. Ma attraverso queste iniziative collaborano a un ampio progetto tecnico-scientifico di natura anche pubblica, comunque di interesse collettivo, il progetto Aqua.
Nel progetto Aqua
Aqua è un progetto finanziato dalla Ue nell’ambito del programma Life Plus, l’acronimo sta per “Achieving good water quality status in intensive animal production areas” (raggiungere un buon stato di qualità delle acque nelle aree a zootecnia intensiva). Il suo obiettivo è mettere a fuoco tecniche di allevamento e di coltivazione in grado di ridurre l’inquinamento delle acque dovuto alla dispersione di azoto e di fosforo di origine agricola. Il progetto Aqua è iniziato il primo ottobre 2010 e terminerà il 31 marzo 2014. In Italia è coordinato dal Crpa ed è cofinanziato dalle Regioni Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, da Iren, Hera e Agco. Tra i partner del Crpa c’è Veneto Agricoltura, l’Ersa friulano, l’Ersaf lombardo, Ipla, Cra, Fcsr. Per saperne di più si possono consultare i siti internet www.life-aqua.eu e http://aqua.crpa.it. Bene, nel nostro Paese chi lavora al progetto Aqua conduce sperimentazioni tecniche in dieci aziende agricole del Nord Italia, nove delle quali anche conduttrici di un allevamento (tre allevano suini, sei allevano bovini). Una di queste è appunto la società agricola Sgambaro.
L’azienda
In questa azienda sono presenti 155 capi bovini di razza Frisona, di cui 65 vacche in lattazione, 10 vacche in asciutta e 80 fra manze manzette e vitelle. Le vacche in lattazione sono allevate in stabulazione libera con cuccette e materassini più grigliato. Il latte è destinato alla produzione di latte alimentare e di formaggio grana. Le coltivazioni si estendono su più di 50 ettari; si tratta di 16 ettari a medica, 20 ettari a mais di primo raccolto, 10 ettari a mais di secondo raccolto che segue altrettanti ettari a loietto o a erbaio, il resto degli ettari è destinato a sorgo zuccherino. Di questa superficie, quella sulla quale avvengono le sperimentazioni Aqua è di circa 2 ettari. L’azienda padovana permette a chi conduce le sperimentazioni di approfondire molti aspetti tecnici di primo piano grazie a tre caratteristiche: una particolare alimentazione delle bovine, una particolare forma di stabulazione, particolari operazioni agronomiche. Anzi, grazie anche a una quarta caratteristica, il senso civico di Mario e Matteo Sgambaro, che non hanno rinunciato a perdere parte del proprio tempo per collaborare a un’iniziativa di interesse collettivo come questa: «Perché lo facciamo? Perché crediamo che sia dovere di ogni imprenditore guardare anche al di là dei propri immediati interessi privati, fare qualcosa per la comunità in cui è inserito e per l’ambiente».
L’alimentazione delle bovine
Si diceva che una delle situazioni tecniche che ben inseriscono l’azienda Sgambaro nel progetto Aqua è un particolare tipo di alimentazione delle bovine. «Nelle nostre razioni per le bovine in lattazione – spiega infatti Matteo – c’è un contenuto proteico del 14 – 14,5%, ben inferiore alla norma, che prevede invece di superare il 15%». Questo tipo di alimentazione interessa molto il progetto, il quale fra i vari obiettivi vuole determinare se una minore somministrazione di proteine nelle razioni alimentari per le bovine non porti alla fine le deiezioni di queste ultime ad avere un minore contenuto di azoto e fosforo e quindi un minore impatto ambientale. Così chi conduce le sperimentazioni Aqua, che in Veneto sono tecnici delle associazioni allevatori, come Andrea Fracasso dell’Apa di Padova, tecnici di Veneto Agricoltura e ricercatori dell’Università di Padova, ogni due mesi sottopongono a monitoraggio l’unifeed utilizzato dall’allevamento Sgambaro. E per ora sembra che il teorema “meno proteine nella razione uguale meno azoto nelle deiezioni” corrisponda a verità. Comunica infatti all’Informatore Zootecnico uno dei docenti universitari che hanno seguito il progetto Aqua, ossia Stefano Schiavon dell’Università di Padova, che i risultati non definitivi di tali monitoraggi dicono che l’azoto presente nei reflui delle bovine dell’azienda Sgambaro è diminuito, a seguito della riduzione del contenuto proteico della razione, da 86 a 79 kg/vacca/anno (tolto un 30% di azoto volatilizzato). Sono dati da paragonare al valore di 83 kg assunto come standard dall’attuale normativa. E che il fosforo è calato da 15,3 a 11,9 kg/vacca/anno. Altro aspetto da discutere: non sarà che, optando per razioni alimentari leggermente meno proteiche, gli Sgambaro si espongano a rese produttive minori? «No – assicura ancora Schiavon – anzi aumenta la ruminazione delle bovine e l’efficienza di utilizzo delle frazioni proteiche. E alla fine le perdite produttive non ci sono state: nel 2011 con dieta normale l’allevamento Sgambaro ha prodotto 27,4 kg al giorno per vacca in lattazione, nel 2012 con diete un po’ meno proteiche ha prodotto 29,4 kg; e in entrambi gli anni il tenore proteico del latte è stato fermo a quota 3,41%. Però ricordiamoci che si tratta di dati non definitivi, il progetto Aqua si conclude nel 2014». In ogni caso la razione standard delle bovine da latte in questa azienda, come informa lo stesso Matteo Sgambaro, prevede (in kg/capo/giorno) l’impiego di: – 26 kg di silomais; – 8 kg di pastone integrale di mais; – 3,2 kg di fieno di medica, ventilato sino ad ottenere l’88% di sostanza secca; – 3,5 kg di fieno di loietto, anche questo ventilato; – 3 kg di trebbie di birra, al 27% di s.s. proteica; – 2,5 kg di farina di soia (proteine 48%); – 0,5 kg di integratori minerali e vitaminici. L’80% di questi alimenti proviene da autoproduzione aziendale.
La forma di stabulazione
Molto utile ai fini delle sperimentazioni Aqua anche il fatto che nell’allevamento di Villa del Conte le vacche in lattazione vivano in stabulazione libera con cuccetta più materassino e grigliato. La presenza di grigliato, infatti, permette un’efficace e ben monitorabile conversione delle deiezioni zootecniche in liquami, in effluenti non palabili. Questi ultimi, appunto dopo aver attraversato il grigliato, raggiungono una prevasca situata immediatamente nei pressi della stalla e poi vasconi aperti di stoccaggio. La produzione di liquami arriva a 4mila mc all’anno circa (ma raggiunge quantità sensibilmente maggiori se le precipitazioni atmosferiche nel corso dell’anno sono state più intense). Questi 4mila mc di liquami vengono poi distribuiti sugli oltre 50 ettari di superficie agricola, cosa che permette alle sperimentazioni Aqua di estendersi dal momento puramente zootecnico a quello più strettamente agronomico.
I liquami e le coltivazioni
Le prove agronomiche condotte in parcelle di terreno messe a disposizione dagli Sgambaro riguardano lo spargimento meccanizzato delle deiezioni zootecniche. Sono almeno tre le situazioni agronomiche oggetto di studio: – la sarchiatura del mais, – la minima lavorazione su loietto presemina, – la distribuzione dei liquami su banda rasoterra su loietto. Si tratta di sperimentazioni, ma la seconda delle operazioni citate viene anche messa in pratica dagli Sgambaro nella propria normale attività produttiva, su tre ettari delle proprie coltivazioni. L’obiettivo, come dice il Crpa presentando il progetto Aqua, è mettere a fuoco «tecniche agronomiche in grado di ridurre le perdite di nutrienti dai terreni alle acque. L’utilizzo fertilizzante degli effluenti zootecnici prodotti nell’allevamento viene effettuato su colture a elevata asportazione di azoto e a lunga stagione di crescita, per massimizzare l’efficienza d’uso dei nutrienti. A tal fine le distribuzioni dei liquami zootecnici vengono effettuate anche utilizzando tecniche innovative per la distribuzione dei liquami su colture in fase vegetativa, come l’interramento poco profondo tra le file, una tecnica che sino ad oggi non è stata applicata in modo estensivo ma che permette di ottimizzare l’efficienza d’uso dell’azoto e di risparmiare sull’acquisto dei concimi di sintesi». Ora, non è ancora possibile dettagliare come migliora il bilancio dell’azoto e del fosforo applicando queste procedure innovative alle operazioni colturali, dal momento che il progetto Aqua è ancora a un anno dalla propria conclusione e che le analisi dei terreni e delle acque non sono ancora complete. In ogni caso l’esperienza dell’azienda Sgambaro ci può già dire ugualmente molte cose anche sugli aspetti agronomici di questo mix di sostenibilità ambientale e innovazione tecnica.
La sarchiatura del mais
Quando il Crpa, descrivendo in generale la parte agronomica del progetto Aqua, usa l’espressione «interramento poco profondo tra le file» pensa al mais. Ma come operano gli Sgambaro su questa coltura? «Facciamo una sarchiatura in copertura, tra le file, con piante di mais all’altezza di 20-30 cm circa. L’anno scorso la sarchiatura è stata fatta in ritardo, quando le piante di mais erano ben più alte, sui 70-80 cm (come mostra la foto); ma la regola sarebbe 20-30 cm. Per la distribuzione dei liquami usiamo un carrobotte da 40 quintali più un sarchio. In tal modo si riescono a risparmiare fino a 100 unità di azoto per ettaro». Un approfondimento su questa operazione viene da uno dei vari esperti con cui gli imprenditori padovani collaborano, il ricercatore dell’Università di Padova Franco Gasparini: «La macchina impiegata l’anno scorso nelle operazioni di spandimento e sarchiatura presso l’azienda agricola Sgambaro è un carrobotte prodotto dalla ditta Vendrame di Silea (Tv) della capacità nominale di 4 mc, equipaggiato posteriormente con un sarchio a sei file le cui ancore, oltre che provvedere alla sarchiatura, effettuano la distribuzione sotto-superficiale del liquame». Caratteristiche salienti della macchina, continua Gasparini, sono queste: – botte a pressione atmosferica con movimentazione del liquame tramite pompa volumetrica a lobi, la quale permette di distribuire in maniera più precisa la dose desiderata; – ruote strette, per non calpestare troppo la coltura nelle fasi di voltata, ma nel contempo di grande diametro, per aumentare la superficie di contatto con il terreno e ridurre gli sforzi di trazione; – ampia luce libera dal suolo, per entrare in campo anche con coltura in avanzato sviluppo; – timone snodato, per far sì che le ruote della macchina transitino sulle stesse carreggiate di quelle posteriori della trattrice e quindi che si riduca il calpestamento della coltura nelle fasi di voltata.
Su loietto presemina
Un’altra prova agronomica in atto presso l’azienda padovana e inserita nel progetto Aqua consiste nello studiare la distribuzione dei liquami zootecnici nella minima lavorazione del terreno sul quale poi verrà seminato loietto. In pratica dopo aver tagliato il mais ceroso, e prima di seminare loietto in secondo raccolto, sul terreno passa soltanto il carrobotte dei liquami con gli interratori. Sono questi ultimi che, oltre a interrare il liquame, fanno subire al terreno appunto una minima lavorazione: una ripuntatura leggera a 10 cm. «Già la minima lavorazione – commenta Matteo Sgambaro – è notoriamente una pratica agronomica “sostenibile”. In questo caso poi i liquami vengono interrati, che è una pratica meno impattante dello spandimento tradizionale. Infine abbiamo registrato un altro paio di vantaggi: il loietto è maturato più tardi, la qual cosa è un bene sia dal punto di vista produttivo sia da quello organizzativo, e poi ha offerto una quantità maggiore di sostanza secca, come è merso dall’analisi del fieno».
In banda rasoterra su loietto
Terza sperimentazione agronomica cui si è sottoposta la società agricola Sgambaro è la distribuzione dei liquami “rasoterra” in copertura su loiessa. Commenta Luigi Sartori dell’Università di Padova, un altro dei docenti universitari che collaborano al progetto: «Non potendo rompere il terreno, non potendo usare dischi, la distribuzione dei liquami su banda rasoterra è la via meno impattante per spargere i reflui. Ha un minor impatto ambientale, s’intende, rispetto al tradizionale spandimento superficiale con piatto deviatore o con i getti. E perché è meno impattante? Perché il liquame non resta in contatto con l’aria e quindi non ha il tempo di liberare ammoniaca in atmosfera, portando invece tutto il proprio azoto al terreno; e meno ammoniaca in atmosfera significa meno emissioni odorigene e meno emissioni di gas serra». Aggiunge Matteo Sgambaro: «Oltre a evitare la dispersione di aerosol di ammoniaca in atmosfera, questo metodo offre almeno altri due vantaggi. In primo luogo non imbratta col liquame le foglie del loietto; l’alternativa della distribuzione a ventaglio invece le sporcherebbe. In secondo luogo sembra realizzare uno dei principali obiettivi del progetto Aqua, cioè sembra contenere le perdite di elementi della fertilità per lisciviazione dai terreni alle acque di falda». Per realizzare la distribuzione rasoterra in copertura su loiessa è stato utilizzato un prototipo sperimentale, un carrobotte della capacità di 4 mc con barra distributrice rasoterra. Il prototipo è nato nell’ambito di un altro progetto, il progetto Riducareflui di Veneto Agricoltura, e messo a punto e sperimentato presso l’azienda Diana di Veneto Agricoltura per permettere la distribuzione dei liquami nelle colture estensive (a livello aziendale in piccole superfici), nei frutteti, nei vigneti e nelle fasce tampone, cioè in ambienti difficili con soprassuolo o sassoso o ricco di radici o sistemato a prato. La barra distributrice ha una larghezza di lavoro di 2,5 metri ed è adattabile a carri botte di piccole dimensioni, proprio per evitare fenomeni di compattamento al suolo. L’attrezzo è collegato al carrobotte tramite due bocchettoni; il liquame viene convogliato attraverso due ripartitori che garantiscono una omogenea distribuzione lungo la barra distributrice; il sistema è alimentato da una pompa per vuoto rotativa.
I risultati agronomici
E’ presto perché gli organismi che stanno realizzando il progetto Aqua possano divulgare risultati precisi e circostanziati: il progetto si concluderà soltanto a fine marzo 2014. Nonostante questo la realizzazione diretta in azienda delle tre prove di coltivazione appena descritte permette già oggi a Matteo Sgambaro di mettere a fuoco alcuni importanti risultati agronomici. Ce li descrive sottolineando prima di tutto di aver registrato un consistente risparmio in concimi chimici NPK: «Le coltivazioni hanno richiesto 70 kg/ha in meno di nitrati, cioè 20 unità/ha di azoto». Una constatazione tanto più fondata se pensiamo che il secondo dei tre metodi sperimentati, ossia la minima lavorazione su loietto presemina, Sgambaro lo ha anche applicato nella pratica colturale quotidiana su 3 ettari realmente produttivi. Altra osservazione di Matteo Sgambaro sulla parte agronomica della sua collaborazione ad Aqua è questa: «I risultati agronomici fin qui esposti appaiono concreti. Ma posso dire che con questi sistemi il coltivatore si espone a tempistiche diverse rispetto a quelle che incontrerebbe con l’alternativa dell’impiego di concime chimico. Per esempio se piove, o se il terreno è pieno d’acqua, non si riescono a distribuire i liquami e la fertilizzazione deve essere rimandata». Ci sono anche limiti organizzativi: «Le attrezzature usate per lo spandimento dei liquami sono più impattanti nei confronti del terreno rispetto agli spandiconcime normali, non sempre si riescono a usare. Poi si devono trasportare pesi e volumi ben maggiori e con maggiori movimentazioni. Infine se le piogge sono oltre la media aumenta il volume totale di liquami da smaltire».
L’attività dell’Apa di Padova
Sopra abbiamo sottolineato il senso civico e la sensibilità verso le questioni collettive manifestata da Mario e Matteo Sgambaro in questa loro collaborazione a un progetto tecnico scientifico di tipo pubblico. Ma il lato extra-aziendale della vicenda viene completato da un altro aspetto: le sperimentazioni Sgambaro si inseriscono anche nell’attività di assistenza tecnica condotta dall’Associazione provinciale allevatori (Apa) di Padova. Spiega il tecnico Apa Andrea Fracasso: «C’è una intensa attività di assistenza tecnica, rivolta all’allevamento e all’attività di campagna, svolta dall’Apa di Padova anche su altre aziende presenti in provincia e provincie limitrofe, proprio riferite al progetto portato avanti dall’azienda Sgambaro in collaborazione con Apa Padova e Veneto Agricoltura. In particolare si cerca di dare supporto agli imprenditori agricoli per affrontare le problematiche ambientali derivanti dall’applicazione di normative in vigore. Il servizio si sviluppa attraverso le seguenti azioni: piani di concimazione mirati alla valorizzazione dell’effluente zootecnico; monitoraggio delle coltivazioni in pieno campo (mais, sorgo, cereali autunno vernini, miscugli foraggeri, loietto, ecc.); analisi di foraggi e cereali; analisi degli effluenti zootecnici; gestione degli effluenti zootecnici in allevamento e in campagna; consulenza sulle bioenergie».

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